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Bangladesh: testimonianza da Jamalpur

1 settembre, 2013

Dodici.

Dodici sono i giorni che ho trascorso presso il centro residenziale per minori di Jamalpur, una città a cinque ore di macchina in direzione nord rispetto Dhaka. Questa grande comunità per minori è gestita da Aparajeyo Bangladesh, il partner locale di Terre des Hommes.

Quarantaquattro.

Quarantaquattro sono i minori tra i 3 e i 18 anni che vivono all’interno del centro, un edificio un po’ decadente, ma confortevole, di due piani. Le tre classi di materna, pre-primaria, e primo anno di primaria accolgono quotidianamente un’altra cinquantina di bambini.

Quando arriviamo al centro (io, la responsabile di Terre des Hommes Italia in Bangladesh e Rupa, la nostra project officer), l’accoglienza è a dir poco trionfale, ma in realtà è il biglietto da visita di una grande ospitalità che contrassegnerà i giorni seguenti: una fila composta di bambini che parte dal cancello ed arriva, seguendo le scale, fino al primo piano ci accoglie festante e lanciandoci una pioggia di petali di fiori. La semplicità, ma al tempo stesso la potenza, di questo benvenuto avrebbe scosso il cuore anche delle anime più glaciali.

Dopo i primi festeggiamenti ed un pranzo a base di riso bianco, dahl (minestra di lenticchie) e verdure piccanti, lo staff ci ha presentato i principali problemi della struttura. Il lavoro dei giorni seguenti si sarebbe svolto su due piani: pedagogico e pratico.

Lo stabile si presenta bisognoso di una ristrutturazione ma, nonostante le mura scrostate dall’umidità e dall’usura, e stanze che di giorno sono classi e di notte, spostando i banchi, diventano camere da letto, risulta un luogo piacevole da vivere e sostanzialmente migliore rispetto ai luoghi da cui arrivano i ragazzi che ci vivono. Nonostante ciò, è sufficiente mettere il naso fuori dalla finestra per rendersi conto di come sia consuetudine in questo paese buttare ogni genere di rifiuto per terra.

Porre maggiore attenzione alla pulizia degli spazi comuni è stato l’imperativo dei primi giorni di lavoro. Comprare dei cestini e riporli in ogni stanza, in questo senso, è stata una delle prime attività svolte. Le scale erano coperte da cartacce di dolciumi vari e il giardinetto davanti all’ingresso scarsamente utilizzabile poiché pieno di rifiuti. Un vero peccato, ma si è facilmente posto rimedio al problema: coinvolgendo i membri dello staff e una ventina di bambini divisi in due squadre è stata fatta una pulizia accurata di questi spazi. Per chi raccoglieva più immondizia c’era un premio. Questo gioco è stato l’assist perfetto per far passare messaggi quali igiene e rispetto per il proprio ambiente.

Questa struttura può essere un’oasi di cambiamento per la comunità, basato su un miglioramento delle condizioni di vita quotidiane di questi ragazzi, rispetto agli slum o alla vita nei bordelli.

Qualunque cambiamento parte dai piccoli gesti quotidiani, anche le rivoluzioni.

La vita di tutti i giorni, tra un’osservazione del lavoro dello staff ed un consiglio dato, era cadenzata dai ritmi della cucina: una colazione a base di parata, tchai, verdure e uovo, per proseguire con pranzi e cene a base di riso bianco e verdure piccanti. Nel mezzo i ragazzi volevano che giocassi con loro, che ascoltassi le loro canzoni popolari, che cantassi l’inno italiano o Bella Ciao, che seguissi le loro lezioni di danza o di cucito. Mi insegnavano parole in bengalese, praticamente l’unico modo di comunicare, se si esclude il linguaggio dei segni. Non concedevano cinque minuti di pausa, ed al richiamo di “Bhaia”, fratello, mi tiravano a destra e a sinistra ed i silenzi venivano coperti dalle risate.

I primi giorni, per rispetto e ospitalità, mi servivano i pasti in ufficio. Poi però non ho resistito e ho voluto mangiare coi ragazzi, con le mani, come vuole la cultura locale, e seduti per terra su delle lunghe stuoie. Ciò ha facilitato ulteriormente l’avvicinamento tra me e questi giovani che, dopo qualche diffidenza iniziale (“Hai problemi? Perché non mangi in ufficio?”), hanno iniziato a lottare per sedersi al mio fianco.

L’osservazione dei primi giorni ha messo in luce che, per quelli che sono gli standard educativi e pedagogici occidentali, lo staff non trascorre molto tempo coi ragazzi, limitandosi ai propri doveri lavorativi di adulti. Al contrario, i ragazzi hanno una grande voglia di condivisione, di spendere il tempo insieme e hanno creato un clima di vera famiglia, di fratellanza. Si aiutano, giocano insieme, vivono quel luogo come la loro casa. Erano un vero spettacolo da guardare ed ammirare.

Con l’equipe educativa si è lavorato sul concetto che giocare, ascoltare, parlare, vivere con loro è un valore aggiunto, è parte dell’educazione. E’ il sale della convivenza e della fiducia reciproca.

A questo scopo sono nate le “Olimpiadi di Jamalpur”: quattro squadre e quattro giochi, che hanno coinvolto proprio tutti, dal Direttore del Centro a Madun, il più piccolo con i suoi 3 anni. Il pomeriggio “olimpionico” si è rivelato coinvolgente e divertente. Ha unito ed ha abbattuto i confini dei ruoli.

Chiedere ai ragazzi durante una lezione di dopo scuola, con una cartina del mondo in mano “Dov’è il Bangladesh?” ha aperto scenari inaspettati. Facce disorientate dalla domanda, sguardi persi e dita che cercavano la loro terra lungo la cordigliera delle Ande. Solo uno su 15 ha risposto correttamente.

Nessun problema. Il mattino seguente, in accordo con lo staff, si è comprata una cartina del mondo e, una volta appesa al muro, tutta la curiosità per la geografia si è palesata. Diversi nasi rivolti all’in su, curiosi di scoprire come fosse fatto il nostro pianeta, erano diventati una costante davanti al nuovo acquisto.

Quantomeno ora tutti sanno dove si trovano il Bangladesh e l’Italia.

Un’altra scoperta sorprendente è stata che quasi nessun ragazzo fosse in grado di cercare una parola sul dizionario, ma non c’è voluto molto, grazie alla loro intelligenza, per trasformare questo buco nero in una risorsa utile per sempre.

Il contesto cittadino, appena ci si allontana dalle vie principali della città dà vita a realtà molto lontane da quelle a cui siamo abituati vivendo in Italia. In questo paese, le persone sembrano non avere una sfera privata della vita.

Agglomerati di baracche di lamiera o bambù, grandi ciascuno come una stanza matrimoniale, con l’immancabile televisore, ma con i fornelli fatti di fango e latrine ad uso comune del vicinato sono la norma negli slum. In ogni baracca ci vivono 5 o 6 persone. Gli unici spazi aperti che danno respiro al dedalo di vie sono dati da alcuni specchi d’acqua.

Oltre che nel centro le lezioni di doposcuola si tengono anche per i ragazzi degli slum, e incontri mensili con le madri delle comunità o le prostitute del bordello cittadino sono parte integrante del nostro lavoro. Ascoltiamo i problemi anche se non sempre riusciamo a trovare le corrispettive soluzioni, anche perché non sempre disponibili.

Collaborando con Terre des Hommes posso dire di avere avuto la fortuna di scoprire realtà diversissime tra loro, capaci di ribaltare la scala di valori costruita negli anni. Le priorità e i bisogni qui in Bangladesh, per molte persone, sono altri: sono ciò che noi diamo per scontato e che per loro è motivo delle proprie sfide quotidiane.

Dopo dodici giorni di lavoro a Jamalpur, nonostante la stanchezza dettata da dodici ore di lavoro quotidiano, non avevo voglia di andarmene. Probabilmente perché queste persone mi hanno fatto sentire uno di loro.

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