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Bangladesh, una notte di terrore

4 luglio, 2016

Riportiamo, per gentile concessione dell’autrice, l’articolo pubblicato il 2 luglio a pag. 3 del Corriere della Sera, con l’intervista a Valentina Lucchese, delegata di Terre des Hommes in Bangladesh

Dacca, «Noi italiani cenavamo là ma viviamo sotto assedio Il pericolo è dovunque»
di Viviana Mazza

La comunità italiana di Dacca è sotto choc. Sono trecento persone appena: qualcuno impiegato nelle Ong, una ventina tra ambasciata italiana e diplomazia, la maggior parte nel settore tessile. Molti di loro sono in vacanza fuori dal Paese in questo mese del Ramadan. Diversi, contattati al telefono rifiutano di parlare: non vogliono esporsi e qualcuno dice di avere amici che sono stati presi in ostaggio nel locale. Stanno attaccati fino a notte fonda ai siti Internet locali. Le tv no, inutile, non trasmettono in diretta sull’attentato: ordine del governo, che non è uno dei più liberali.

Valentina Lucchese, 34 anni, lavora a Dacca da due per la Ong italiana Terre des Hommes, ha preso solo qualche giorno per tornare in Italia, ma ha il volo di ritorno già fissato per l’8 luglio. Spiega che l’attacco contro l’Holey Artisan Bakery, nel quartiere diplomatico di Gulshan, non è casuale: era il ristorante più popolare del momento tra gli stranieri.

«L’ambasciata italiana è a tre minuti a piedi, sulla stessa strada, la 79. Quel locale è frequentato da moltissimi italiani, ci sono chef stranieri tra cui un nostro connazionale. Al mattino vai lì a prendere un cappuccino e un croissant, che non è una cosa comune a Dacca. Poi da poco avevano aperto un ristorante, e trattandosi di una villa con giardino, nel weekend le famiglie si stendevano sul prato. Non ci sono molti posti dove puoi farlo in totale relax a Dacca».
Ma la situazione era tesa da tempo.

«L’Holey si affaccia su un lago. E si trova in fondo alla strada, non ci sono guardie armate», continua Lucchese. «A volte scherzavamo tra di noi: “Se fanno un attentato, i terroristi potrebbero venire dal lago”. Si scherza perché è un modo per reagire a una tensione crescente».

Gli italiani sapevano bene che c’era un’escalation di estremismo e violenza nel Paese. «Tutto è iniziato a cambiare a ottobre, dopo l’uccisione del cooperante italiano Cesare Tavella. Da lì ci sono stati una serie di episodi: il prete italiano aggredito, poi preti indù e buddhisti uccisi, una serie di personaggi laici e blogger, poi un attivista gay che lavorava per l’ambasciata Usa e pubblicava un magazine gay, l’hanno preso a colpi di machete a casa sua, l’hanno fatto a pezzi insieme al suo compagno. Da lì le cose sono cambiate. Mi dispiace per il Bangladesh, perché non è il Pakistan, non è l’Afghanistan, era un Paese con una maggioranza moderata musulmana, dove convivevano minoranze indù, buddhiste, cristiane, dove la classe media ha una mentalità aperta, ispirata alla convivenza tra diversi, ma sta venendo meno per la presenza di cellule fondamentaliste che si ispirano a gruppi internazionali come l’Isis».

La morte di Tavella ha portato a cambiare le regole della sicurezza per gli stranieri. Le istruzioni dettate dall’UNDSS, il dipartimento della sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dall’ottobre 2015 indicavano che «i nostri movimenti erano autorizzati solo a Gulshan — continua Lucchese — e di sera solo in macchina anche se è una zona in cui ci si può muovere tranquillamente a piedi. Raccomandavano di non sposarsi dalla zona diplomatica. Ma non è servito».

«Offriamo accesso gratuito all’istruzione e ai servizi sanitari e psico-sociali ai bambini più svantaggiati, voglio tornare», spiega la responsabile di Terre des Hommes, «anche se devo parlare con il mio quartier generale», precisa. «So già che non potremo più uscire la sera dopo le 7.30, e di giorno soltanto in macchina». Così il Bangladesh rischia di trasformarsi in un altro Afghanistan.

Leggi l’articolo sul sito del Corriere

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