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Bisogna avere dei sogni Storia di F., la sartina del Centro di El Mina per minori in conflitto con la legge

29 ottobre, 2013

Il mio nome é F. e ho sedici anni. A scuola non ho fatto molta strada. I miei sono poveri e le mie spese a scuola, l’iscrizione, i quaderni, il materiale , dipendevano dalla generosità dello zio, che è il fglio del figlio del maître (1)  ma noi non eravamo gli unici harattins (2) ai quali lo zio doveva pensare.  Ho iniziato a fare la sarta nell’atelier di Madame Oumou, una signora senegalese molto amica dello zio, bella come le attrici del cinema, sempre allegra, con lo zio rideva sempre e quando lui le ha chiesto di assumermi, lei non ha esitato e m’ha fatto sentire come una figlia perché lei è davvero una vera amica dello zio e lui passa sempre nell’atelier a salutarci e farci piccoli regali,. Nella sua casa, lo zio è sempre solo, sua moglie è vecchia e grassa e ha una boutique di veli e non è mai in casa e lui se ne sta sdraiato sui suoi cuscini e guarda dormicchiando i canali arabi, risponde di malavoglia al cellulare che suona sempre e riceve scocciatori che pizzicano nel suo grande piatto di cuscus e non se ne vanno se prima non hanno ricevuto dallo zio qualche biglietto di mille ouguiyas (3).

Madame Oumou aveva iniziato a insegnarmi il mestiere, cucire, tagliare, riparare e sognare, «perché sognare fa parte del lavoro», diceva Madame Oumou. Sognare vuol dire avere giuste  ambizioni e il mio sogno era avere un giorno un atelier tutto per me, dove starà a me insegnare alle altre ragazze.  E’ nell’atelier  che ho conosciuto Paul, il figlio mulatto di Madame Oumou. Il papà era un ufficiale francese dell’ambasciata di Dakar, l’ambasciata di Francia, ma in Francia aveva un’altra moglie e i Nasara (4) non possono avere più mogli , solo una.

Paul studia a Marsiglia, ma l’estate la passa con sua madre.  Lui mi ha  portato delle fritelle e offerto una coca-cola, poi siamo diventati amici. Ma io non sono mai salita nella sua Pajero. Abbiamo chiacchierato nell’atelier. E poi Paul ha voluto baciarmi e io l’ho lasciato fare. Io non sapevo che intanto mio padre aveva ricevuto la dote di Mamadou Ould Dah, l’autista dello zio, un giovane harattin, che sa guidare auto e camion e anche ripararli. Non c’è voluto molto per Mamadou a capire di me e  Paul e a farmela pagare. Una sera è entrato nell’atelier e ha aspettato che fossi sola, Paul era già partito in Francia  e Madame Oumou era a Dakar. Con Mamadou c’erano due suoi fratelli, poco più che bambini, ma forti come piccoli uomini. Loro mi hanno tenuto ferma mentre Mamadou prendeva quello che pensava avesse preso anche Paul e che invece non aveva preso. Io ho urlato, i vicini sono accorsi, una famiglia tuareg che non conosce la nostra gente e non sa che le cose si risolvono in famiglia. La polizia è arrivata e ha arrestato Mamadou e i suoi fratelli. E’ arrivato anche papà ed è morto di vergogna, quasi piangeva. Io avevo male dappertutto, ma papà non ha voluto portarmi all’ospedale. Ha telefonato allo zio per informarlo e mi ha portato a casa. La mamma mi ha lavato, forse più con le sue lacrime che con l’acqua del pozzo. In casa non parlava nessuno, solo pianti e preghiere, la notte è passata senza sonno e senza riposo. Il mattino dopo è arrivata la polizia. Mi hanno portata dal Procuratore, con mio padre. Prima ha parlato il poliziotto che mi aveva tolto di dosso Mamadou, poi mio padre. Il procuratore mi ha guardato e ha scosso la testa. «E’ la prima volta che lo fai – ha detto – e per questa volta lascio passare. Zinna (5) é reato grave, contro Allah e contro tuo padre e tua madre. Ti mando sei mesi nel Centro d’El Mina, non è una prigione, ma non potrai uscire e avrai tempo per pensare alla tua colpa”. Io ho pianto e ho anche gridato che in quel Centro non ci volevo andare, tanto era come una prigione se non si poteva uscire e io non avevo colpe, era Mamadou che m’aveva aggredita. Mio padre mi ha dato due schiaffi bei sonori e mi ha zittito. Il Procuratore ha parlato di nuovo : «Lo so che sei stata aggredita e per questo Mamadou e i suoi fratelli saranno puniti, ma hai avuto una relazione col Nasara e questa è la tua colpa. Devi avere rapporti solo da sposata e puoi sposarti solo con un buon musulmano. Nel Centro ti insegneranno di nuovo i precetti del Santo Corano, ora vai”.

La mattina stessa sono stata accompagnata al Centro dai poliziotti.  Papà e la mamma ci seguivano in taxi con una borsa dove avevano messo le mie cose.

–          Spazzolini, dentifricio e sapone li diamo noi – ha detto un signore alto, un har poular (6) che parlava bene hassaniya (7) anche se un po’ borbottato.

Poi ho saputo che lavora con i Nasara del progetto, gli italiani di Terre des Hommes. Sono loro che hanno costruito il Centro e ora insegnano ai mauritani come  si deve lavorare  con noi ragazzi.

Quando sono arrivata non c’era né il capo di Terre des hommes, un italiano un po’ vecchio ma sempre senza cravatta e senza giacca, né il direttore, che é un politico importante, che briga nei ministeri. Mi ha ricevuto la coordinatrice degli studi, una maura giovane e molto ricca. M’ha spiegato come funziona il Centro, gli orari delle lezioni, dei tre pasti e della sala TV e poi ha chiamato una sorvegliante che m’ha accompagnato agli alloggi e m’ha consegnato le cose per lavarmi e dei quaderni con delle matite colorate e una penna.

L’alloggio è una camerata con dei letti a castello, i ventilatori e le zanzariere, ci sono delle docce e delle toilettes appena si esce dal dormitorio, ma abbiamo anche una doccia e un gabinetto da usare solo la notte e che sta in mezzo tra i nostri letti e quelli delle sorveglianti. C’erano tre ragazze, una maura che ha rubato dei veli  a suo zio, una har poular che è matta e ha buttato suo figlio appena nato dentro un pozzo e il bambino è morto e una cristiana del Gabon con un bambino di due anni che dorme sempre e quando non dorme ride.

Papà non è sceso dal taxi e la mamma è stata veloce a darmi la mia borsa e a piangere. Sono entrata, poi mi sono lavata e ho dormito. A mezzogiorno sono andata con le altre nella mensa e abbiamo avuto del riso  e del pesce, s’è dormito ancora un po’ e poi la sorvegliante m’ha accompagnato al corso di cucito. Il maestro è un wolof (8) molto alto e signorile. Come sarto è bravo quanto Madame Oumou e ha subito capito cosa so fare. Nel corso ci sono solo dei ragazzi, ma molto piccoli, direi dei bambini, anche se dicono d’avere quattordici anni. Non sanno fare niente e il maestro ha pazienza e gli fa ripetere le operazioni anche per un’ora,. Madame Oumou per molto meno ti caccerebbe dal suo atelier.

Abbiamo cenato dopo la doccia, c’era cuscus di miglio e del montone lesso e poi abbiamo visto un film egiziano, la storia di una cantante sfortunata con gli uomini. Al centro c’è la sala Tv, ma solo nel dormitorio delle ragazze. M’hanno spiegato che Terre des Hommes ha fatto installare un’antenna e un televisone solo per noi ragazze, il che lo preferisco, almeno non c’é da discutere con i ragazzi sui film e gli spettacoli.  Ho dormito bene, e non ho pianto troppo prima di dormire. Mi sono mancate le mie sorelline e i loro scherzi prima di dormire, ma non mi è mancata né la mamma né papa.

Al mattino ho avuto una brutta sorpresa. Dopo il té, ci hanno accompagnato nella grande sala per l’alfabetizzazione in arabo e in francese. Il corso si fa insieme ai ragazzi e appena sono entrata tutti hanno riso : i due fratelli di Mamadou erano seduti su un banco vicino alla lavagna e forse avevano già raccontato tutto, se no perché tutti ridevano? Mi sono gettata sul fratello più grande, Issa, e ho provato a cavargli gli occhi, ma le sorveglianti sono state veloci e ci hanno subito staccati.

Mi hanno portato dalla coordinatrice e questa volta con lei c’era anche l’italiano.

Ho spiegato cosa è successo e la coordinatrice ha tradotto in francese le mie parole affinché l’italiano capisse. Hanno continuato a parlare tra loro in francese. Anche se fingo di non capire, ho capito tutto. Faranno in modo di evitare o almeno di ridurre le possibilità d’incontro con I fratelli di Mamadou, basterà fare attenzione alla composizione delle classi per I corsi. Hanno poi deciso che mi veda con un medico che chiamano psicologo e che abbia un avvocato per essere liberata rapidamente e riavviata al lavoro come sarta con Madame Oumou. Infine hanno parlato dei miei genitori e della necessità che capiscano la mia situazione e quanto io sia vittima e che non c’é stata vera Zinna con Paul. La coordinatrice m’ha tradotto tutto in hassaniya e mi ha detto che sarei dovuta andare nella camera d’isolamento per mezza giornata,  ma che per questa volta mi perdonavano e sarei solo rimasta nel dormitorio, ma stasera niente televisione. Ho ringraziato e la sorvegliante è venuta a prendermi. Il vecchio nasara m’ha detto Bonne journée , mademoiselle e io ho risposto al saluto in francese.

Va tutto bene, l’importante è che non incroci i fratelli di Mamadou, se no gli cavo gli occhi … se ridono ancora di me. Chissà chi mi sposerà adesso dopo questa storia?  Paul non diventerà certo musulmano per me. O forse, chissà ? Bisogna sognare, diceva Madame Oumou.

 

Gian Andrea Rolla, delegato di Terre des Hommes in Mauritania

 

(1)      Maître corrisponde a « padrone » , termine usato per identificare sia i passati possessori di schiavi sia i padroni dei servi. La piaga della schiavitù é combattutta in Mauritania dalla Legge e da organizzazioni nazionali  e internazionali della società civile. Non si é in grado di indicare l’ampiezza del fenomeno mentre la condizione di servitù é molto più diffusa e tollerata

(2)      Harattin é la fascia di popolazione africana che  era stata schiavizzata dalla penetrazione araba e musulmana in Africa,  perdendo di conseguenza il nome, la religione e la lingua d’origine. Oggi affrancati, gli harattin mantengono il nome arabo dell’antico padrone e  l’adesione all’Islam nonché come lingua madre l’hassaniya, dialetto arabo dei clans mauri  (arabo-berberi) abitanti soprattutto  la Mauritania del Nord e dell’Est del Paese.

(3)      Ouguyia, moneta nazionale mauritana

(4)      Nasara é l’europeo e l’occidentale in genere, s’intende il seguace del « Nazareno », di Gesù, il profeta Issa nell’Islam.

(5)      Zinna sono i rapporti sessuali prematrimoniali e extraconiugali, condannati dalla religione musulmana (come dalle religioni ebraica e cristiana) e puniti dalle norme penali mauritane e d’altri Paesi islamici

(6)      Har poular sono le popolazioni africane parlanti la lingua dei peuls, tribù originariamente d’allevatori nomadi presenti in tutta la fascia saheliana

(7)      Hassaniya, si veda la nota numero 2

(8)      Wolof, lingua senegalese parlata principalmente a Dakar e nel nord del Senegal e tra le popolazioni mauritane confinanti con il Senegal.

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