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I sogni di un bambino, nel campo campo profughi palestinese di al-Am’ari

28 aprile, 2015

di Maria Cutolo

il campo di rifugiati al-Am’ari è stato creato dall’UNRWA nel 1949, alle porte di Ramallah, per accogliere parte dei profughi che, a centinaia di migliaia, vennero forzati a lasciare la loro casa durante la guerra arabo-israeliana e ai quali venne impedito il ritorno ai loro villaggi dopo la creazione dello Stato di Israele. Il campo risulta sia fisicamente che socialmente una realtà a parte rispetto a Ramallah. Le abitazioni, che sostituirono le tende a partire dal 1957, a causa della mancanza di spazio si svilupparono in modo precario in altezza, una stanza sopra l’altra, con gravi problemi di umidità e di mancanza di luce.

Nal campo vivono circa 10,000 persone; circa la meta’ sono minori. Cammino nelle stradine strette, piene di vita nonostante la percezione delle difficoltà che queste persone vivono quotidianamente, come le incursioni notturne dell’esercito, che si ripetono ormai con cadenza settimanale.
Si percepisce la sensazione che queste persone sopravvivano, dimenticate da tutti. Incontro e incrocio le facce degli uomini e delle donne indurite dalla vita e dalle frustrazioni quotidiane di un presente dal domani incerto, soprattutto per i bambini, figli di questo luogo che non offre loro il diritto ad un futuro con prospettive diverse, che ogni persona dovrebbe avere. Mi faccio spazio tra le macchine e i bambini per camminare, bambini ovunque, che corrono e si rincorrono giocando.

Insieme a Fida’, coordinatrice di Terre des Hommes, mi sono recata a far visita alla famiglia di un bambino beneficiario del sostegno a distanza. Ho percorso la scala titubante, con la sensazione di chi sta per entrare senza permesso nella vita di una persona, ho ascoltato il racconto della mamma di Ahmad, sostenuto da Terre des Hommes dal 2012, senza parlare, osservando quelle pareti basse, poco spazio, tutto concentrato in due ambienti, illuminati dalla poca luce flebile che entra da una piccola finestra, in alto, all’ingresso dell’abitazione.
Ahmad ha 9 anni, primogenito di un nucleo familiare composto da 6 persone, lui, i genitori e tre fratellini più piccoli. Ha tanti interessi, è un bambino vivace, come tutti i bambini, con gli occhi grandi e lo sguardo sognante.
Proseguiamo poi verso al Al-Am’ari Child Club (ACC), fondato nel 1996 da alcuni volontari del campo e sviluppatosi a partire dal 2000 con il supporto di TdH It. Nel Club si svolgono grazie al sostegno di TdH, attività ludiche, formative e di supporto scolastico; unico spazio aperto e chiuso per i bambini e i giovani del campo, realtà viva e assolutamente essenziale per il benessere dei giovani di questa realtà difficile. Ahmad, insieme ad altri bambini, segue con interesse la sessione di story-telling, inserita come una delle attività del progetto.

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I bimbi si siedono in cerchio, e ascoltano attenti la storia, che racconta di una bambina e il suo desiderio di diventare un’insegnante, una volta diventata grande. Fida’, prendendo come spunto di riflessione la storia, inizia a chiedere ai bambini cosa desiderano diventare da grandi.

Ed è proprio la risposta di Ahmad ad attirare la mia attenzione più di tutti: Ahmad vuole diventare un pescatore.

Fida’ suggerisce loro di disegnare il proprio sogno. I miei occhi inseguono Ahmad, aspetto…e poi gli chiedo perchè tra tanti lavori vuole proprio diventare un pescatore. La sua risposta mi lascia senza parole, con l’amarezza…Mi dice: “Voglio fare il pescatore, perchè sarebbe l’unico modo per vedere il mare, ed io non desidero altro”. Non ci sono parole a riguardo, solo una considerazione: un sogno che per essere realizzato dovrebbe percorrere semplicemente 65 Km, se fosse solo una questione di distanze. E invece dovrebbe attraversare il “Muro” e le sue barriere.

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