palestina

La storia di Nidal Mohammad abu Mustafa

24 marzo, 2014

La madre di Nidal, Rasmiyye ha 24 anni; parla piano, ripete una storia con cui e’ costretta a convivere da anni. La racconta soprattutto con i suoi occhi, fissi su quelli dell’interlocutore, come in cerca di una risposta che sembra non arrivare mai.

Si e’ sposata giovane Rasmiyye, sognava una famiglia numerosa, una casa, una vita serena. In vista dei tanti impegni che avrebbe avuto, ha deciso di lasciare l’universita’ dopo aver frequentato il primo anno; lei vive a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e non se la sentiva di fare la pendolare; “per cosa, poi?” ci chiede, “a Gaza non c’e’ lavoro”.

Come spesso accade, e’ andata in sposa a suo cugino, di un anno piu’ grande di lei, e adesso vivono in una stanza a casa della famiglia di lui.

Dopo la tragedia della morte della loro prima bambina, a soli sette mesi, la vita di Rasmiyye e Mohammad si e’ di nuovo riempita di gioia quanto, il 14 settembre 2009, hanno dato alla luce un altro bambino. Lo hanno chiamato Nidal, che in arabo significa “lotta”, augurandogli di crescere sano e forte.

Ma la serenita’ ritrovata non era destinata a durare. Dopo solo sei mesi a Nidal viene la febbre e in ospedale le analisi del sangue rivelano un livello troppo basso di piastrine.

Inizia per Rasmiyye e Mohammad un’odissea infinita in cerca di risposte e di cure per il loro bambino.

Le strutture sanitarie di Gaza non sono in grado di fare una diagnosi ne’ di indicare una cura; dopo mesi di appuntamenti, fogli, rifiuti e speranze, finalmente il Ministero della Salute riesce ad ottenere un permesso per far visitare Nidal al di fuori di Gaza; Rasmiyye parte con lui alla volta di Gerusalemme. Mohammad non li puo’ accompagnare, troppo complicato per un uomo della sua eta’ ottenere un permesso per entrare in Israele.

Dopo un mese, i medici decidono di fare un altro tentativo e Nidal viene trasferito in Egitto, ma non fa progressi. Le analisi continuano a rivelare che nel suo sangue non ci sono abbastanza piastrine e tutti i tentativi di cura non fanno altro che indebolire le difese del bambino. Di nuovo, la famiglia prepara tutti i documenti necessari e parte alla volta dello Shneider Children Medical Center di Tel Aviv.

Ma nessuno riesce a trovare una cura ne’ a capire il motivo per cui l’organismo del bambino non produce piastrine e Nidal inizia ad avere problemi neurologici, non cresce, non fa progressi, non parla. L’unica soluzione che i medici riescono a proporre e’ un trapianto di midollo osseo e Nidal viene definitivamente affidato all’ospedale Tel Ashomer di Tel Aviv.

Qui i medici iniziano una serie di trattamenti per aumentare la produzione di piastrine, ma senza risultati; Nidal deve subire trasfusioni ogni due settimane e seguire una dieta ricca di frutta e verdura. Ci sarebbero anche delle iniezioni, ma ogni ciclo costa 5000 shekel (circa 1000 euro) e dopo i primi tre l’ospedale ha smesso di fornirle.

Rasmiyye non lavora; Mohammad ha un diploma da ragioniere, ma tutto quello che riesce a fare e’ lavorare a giornata nei campi, per 6 shekel (circa 1,20 euro) l’ora, quando lo chiamano. Ricevono assistenza dal Ministero degli Affari Sociali e dall’UNRWA (Ageniza delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi), ma non basta. Ogni viaggio costa almeno 1000 shekel (circa 200 euro) che loro non possono permettersi, e ogni volta la speranza di trovare una soluzione definitiva per la salute di Nidal viene spostata tragicamente in avanti.

 

Nidal oggi ha quattro anni e mezzo; non parla e non cammina. Non puo’ frequentare l’asilo perche’ rischierebbe di ferirsi o ammalarsi e questo potrebbe avere conseguenze devastanti sulla sua salute. Ogni tanto prova a gattonare, ma anche quello e’ rischioso perche’ nella stanza dove vive la sua famiglia il pavimento e’ di cemento e questo potrebbe provocargli delle escoriazioni. Quando capita che si ferisca, occorre portarlo in ospedale per una trasfusione di piastrine, trattamento che a Gaza non e’ sempre disponibile.

L’intensita’ del suo sguardo e’ devastante, i suoi occhi neri sono ancora piu’ espressivi di quelli di sua madre; mentre parliamo, in braccio al suo papa’ ogni tanto si guarda intorno, accenna un sorriso. “Non e’ sempre cosi’”, dice Rasmiyye, “ a volte piange per ore e non riesce a dirmi  perche’”

Sei mesi fa a Nidal e’ nata una sorellina. Da qualche settimana i genitori hanno notato dei segni di regresso e l’hanno portata da un medico. Anche nel sangue della bambina qualcosa non funziona e l’idea di ricominciare da capo un’altra volta ha gettato i genitori nello sconforto.

Rasmiyye vorrebbe soltanto capire che cosa non va nella salute dei suoi bambini e che possano ricevere le cure necessarie; Mohammad e’ terrorizzato dalle spese sempre piu’ inaccessibili e non sa come fare per aiutare la sua famiglia.

Il 22 aprile Nidal si sottoporra’ a nuovi esami, ma i suoi genitori non nutrono grandi speranze che si possa arrivare ad una diagnosi. Il tempo passa, Nidal cresce senza poter andare a scuola, giocare, avere amici. E intanto Rasmiyye si appresta a preparare tutti i documenti necessari per iniziare la sua nuova battaglia.

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