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Selvaggia Lucarelli visita i progetti di Terre des Hommes in Libano

4 maggio, 2015

Un mese e mezzo fa ho adottato una bimba a distanza. Mi ero ripromessa di andarla a trovare e di capire di più del posto in cui vive, un grande campo profughi palestinese in Libano, e della struttura in cui l’associazione Terre des hommes Italia la ospita per regalarle qualche ora al giorno da bambina normale, tra scuola e giochi e sorrisi di gente amica. Io e Leon siamo partiti giovedì per Beirut e siamo tornati oggi.


Abbiamo conosciuto Fatmeh, la “nostra” bimba
, anche se Fatmeh non sapeva chi fossimo ed è giusto così, perché nessuno lì dentro deve sapere di essere un po’ meno sfortunato degli altri. E non dico “più fortunato” perché di fortuna, in quei luoghi, non ne ho vista neanche un po’. Il campo profughi di Ein El Helweh (vicino Saida) è una specie di prigione a cielo aperto di due km per due, in cui vivono come sardine 100 000 palestinesi. Sono apolidi, non hanno una cittadinanza, non possono andar via, non possono fare molti dei lavori per cui hanno studiato (ai palestinesi in Libano non e’ consentito fare 72 lavori, dal medico al giornalista all’avvocato), vivono in totale povertà, senza dignità e senza la speranza di un futuro migliore. Tanti bambini non studiano, molti non hanno neppure un paio di scarpe, vivono situazioni di disagio, privazioni, malattia e abusi sessuali. A tutto questo si aggiunge il dramma dei siriani. Ce ne sono un milione in Libano, scappati dalla guerra e dalla morte certa.

40 000 solo in quel campo, ma siamo andati a trovare anche alcuni di loro in una specie di baraccopoli sul Monte Libano. Sono tante le cose che non dimenticherò. Le famiglie siriane che ci hanno accolto nelle loro baracche con quelle pareti di plastica, quelle baracche che col caldo diventano forni e col freddo celle frigorifere e che ci hanno offerto un te’ anche se non hanno nulla. Uno dei loro bimbi malato di talassemia che sorrideva sempre, nonostante la febbre costante e l’assenza di medicine, perché in Libano l’assistenza sanitaria e’ a pagamento. Una delle mamme siriane ha partorito un bimbo che è dovuto rimanere in un’incubatrice per un po’ e ora ha 6000 dollari di debito. Non dimenticherò i bimbi siriani che lavoravano in un fazzoletto di terra, tutti insieme nel loro minicantiere, per costruirsi qualcosa che somigliasse a un parco giochi. Non dimenticherò la donna siriana, 26 anni e tre figli, che mi ha fatto entrare nella sua casa, una scatola in cui noi metteremmo le scope e in cui lei vive con tutta la famiglia. E poi le immagini del campo palestinese, la terra di tutti e di nessuno in cui la polizia libanese non entra (se non per sedare qualche tensione sparando dove capita) e dove la gente gira col fucile sotto braccio come fosse un borsello con gli spicci. Vedevo manifesti con immagini di ragazzi in giro per il campo. “Chi sono?”. “Dead … A mistake”. Ragazzi morti per sbaglio, per qualche colpo partito li’ dentro .

Non dimenticherò gli sguardi di Nur e Saima che mi ringraziavano per due braccialetti da niente che mi sono tolta per lasciarli a loro. Non dimenticherò Leon che mi dice “Mi sento a disagio” perché percepisce la sua fortuna e che poi tra gente armata e bandiere dell’isis neanche troppo nascoste, ha paura degli scarafaggi. Non dimenticherò quel ragazzo giovanissimo messo di guardia davanti alla casa di uno importante nel campo profughi che ci dice “Lascerei ora il mio fucile per venire in Italia”. Non dimenticherò il senso di soffocamento e squallore del campo, i fili della luce (quando c’è ) che penzolano ovunque (muoiono fulminati continuamente), una specie di ragnatela disordinata e pericolosa sulle teste di adulti e bambini. Mi raccontavano che un ingegnere russo e’ stato lì’ per vedere “il sistema elettrico” e dopo un giro nel campo ha detto: “prima di oggi non credevo in Dio, ora si'”.

Perché non puoi credere che 100 000 persone vivano così. Non dimenticherò i bambini nella bella “scuola” di Terre des Hommes, non dimenticherò i loro sorrisi, lo spettacolo con le marionette e io e Leon che ridevamo nel sentire i peluche che parlavano arabo. Non dimenticherò i loro sorrisi, nonostante tutto, e i grembiulini puliti sopra i vestitini troppo grandi o troppo piccoli e qualche sguardo lontano, di chi ha visto la morte e forse il suo sangue e la casa che brucia. Non dimenticherò le facce dure degli adolescenti, quelli in cui cerchi di scorgere la scelta che faranno, perché dopo aver visto tutto questo sai che per qualcuno sarà troppo facile convincerli che l’aldilà sia una prospettiva migliore.

Ringrazio, di cuore, il meraviglioso Davide Davide Amurri di Terre des Hommes e l’anima di questo viaggio Alberto Alberto Dandolo ufficio stampa di Terre des Hommes Italia ma anche Wissam, Natalia, Jad, Nour, Meri, Enrico, Yasser per avermi accompagnata e aver permesso a me e a Leon di ricordarci quanto la vita sia una lotteria e in fondo il vero privilegio sia quello di nascere nel pezzo di mondo fortunato. Vi lascio con una galleria di foto che ho fatto e con la richiesta, se potete, di adottare un bimbo a distanza.

Magari palestinese o siriano, perché i bimbi palestinesi siriani e palestinesi sono un po’ meno di moda di questi tempi, si trascinano la zavorra ingiusta di paure moderne o antichi pregiudizi storici e politici, ma ve lo garantisco, quando li guardi seduti sui banchi o su una montagnetta di terra in mezzo a rifiuti e qualche misero panni steso, sorridono come i nostri figli.

Le foto della missione

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Per parlare con un nostro operatore telefonate al numero verde: 800130130

Per adottare a distanza dal sito: http://terredeshommes.it/donazioni/sostegno-a-distanza/

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