© UNICEF/UN028142/Zehbrauskas

El Salvador, in fuga dalla violenza

2 settembre, 2016



“Sono qui (negli Stati Uniti, ndr) perché sono stata minacciata. Un membro di una gang mi voleva come sua fidanzata. Mio zio è stato avvisato che se non mi avesse fatto andare via da qui, mi avrebbero fatto del male. A El Salvador le ragazze vengono rapite, stuprate e poi buttate in un sacco di plastica”. Maritza ha 15 anni ed è una delle migliaia di ragazzi e ragazze costretti a scappare da El Salvador, Honduras e Guatemala per sfuggire alla povertà e alle violenze delle maras che terrorizzano gli abitanti di questi tre Paesi incastrati nel lembo di terra che unisce l’America Latina al Messico.
Jackie, invece, vorrebbe partire: ha 17 anni e vive a Omoa, in Honduras, con la madre e con il fratello Alexis. A soli 16 anni, il ragazzino aveva già tentato di raggiungere gli States, ma durante il viaggio è caduto da un treno in corsa e ha perso una gamba. Jackie è terrorizzata all’idea di mettesi in viaggio: “Mi spaventa solo l’idea. Ma mi terrorizza anche l’idea di continuare a vivere questa vita, sapere che non ho speranza. Almeno potrei correre il rischio, e avere un po’ di speranza”.

Nei tre Paesi dell’America Centrale, la violenza è un elemento quotidiano con cui tutti devono fare i conti. Basti pensare che nel Salvador si registrano 103 omicidi ogni 100mila residenti (dato più alto al mondo). Mentre in Honduras si registrano 57 omicidi ogni 100mila abitanti e in Guatemala il dato è appena più basso: 30 omicidi ogni 100mila residenti. Le gang gestiscono il traffico di droga e di armi, sono dedite a furti, estorsioni, sequestri di persona.

Per un adolescente di El Salvador entrare a far parte di una gang è una scelta quasi obbligata. “È una questione di sopravvivenza – spiega il pastore Arnold Linares, che opera in Honduras -. Le famiglie non hanno nemmeno i soldi per il cibo. Le gang invece sono piene di denaro”. Si entra in una gang per sopravvivere, anche se questo significa calarsi in un mondo fatto di violenza. Una violenza cui nemmeno le ragazze non possono sfuggire: costrette a fidanzarsi o a sposarsi con i capi delle gang, forzate a prostituirsi, quando non abusate e uccise. Chi non accetta di piegarsi agli ordini della gang può solo fuggire.

Nei primi sei mesi del 2016, sono stati circa 26mila minori non accompagnati sono stati arrestati dalla polizia statunitense al confine tra Usa e Messico. Nel 2015 erano stati poco meno di 40mila, circa 67mila nel 2014 e oltre 21mila l’anno precedente. Difficile sapere quante siano le bambine e le ragazze all’interno di questo imponente flusso. In base ai dati dell’ORR (l’Ufficio statunitense per i rifugiati) i maschi rappresentano la maggioranza tra i bambini e i ragazzi presi in carico dall’agenzia (fra il 77% e il 68% negli ultimi quattro anno). Ma la quota di bambine e ragazze resta comunque molto elevata: erano il 32% nel 2015, il 34% nel 2014, il 27% nel 2013 e il 23% nel 2012.

Tuttavia, solo una parte delle migliaia di bambini e ragazzi che ogni anno si mettono in viaggio riescono a raggiungere gli Usa. Tanti perdono la vita lungo il viaggio, molti rimangono gravemente feriti, tutti subiscono i ricattai dei “coyotes” i trafficanti di uomini che operano nella regione.
“I bambini rischiano di cadere nelle mani dei trafficanti e, secondo alcune fonti, molte ragazze sono costrette a prostituirsi nei bordelli e nei bar in Messico o in Guatemala”, denuncia Unicef nel recente rapporto “Sogni spezzati. Il pericoloso viaggio dei bambini dall’America Centrale agli Stati Uniti”.

Per non parlare degli abusi: tra le donne e le ragazze che si mettono in viaggio, ben sei su dieci hanno subito violenze. Secondo quanto riferito da Maria de la Paz Lopez, che gestisce un rifugio per giovani migranti in Guatemala, gli stupri sono così comuni che le ragazze (anche di 12, 13, 14 anni) usano i contraccettivi per non restare incinte.

L’arrivo negli Stati Uniti, però, non rappresenta la garanzia di poter iniziare una vita migliore. Solo nel 2015, ben 75mila migranti sono stati rimpatriati dagli Usa. “Per alcuni bambini la deportazione potrebbe rappresentare una condanna a morte – denuncia Unicef -. Chiunque sia fuggito da una gang o da altre organizzazioni criminali affronta un elevato rischio di subire attacchi, stupri o di essere ucciso al ritorno a casa”.

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