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Lettera da Gaza

14 luglio, 2014

 Lettera da Gaza

Oggi è il 12 di luglio 2014: da cinque giorno siamo sotto le bombe che piovono sulla Striscia di Gaza dal cielo, dal mare e via terra.  Bombardamenti, esplosioni e paura, terrore … grida. Dappertutto sangue e i corpi dei morti e dei feriti. Gaza, il posto al mondo con il più alto numero di abitanti per km quadrato, oggi viene attaccata per la terza volta in meno di sei anni dalle forze militari di occupazione israeliane. L’attacco colpisce i civili, quegli stessi civili che da quasi otto anni sono rinchiusi, imprigionati qui dentro, sotto assedio da otto anni. Col mondo intero che sta a guardare, in silenzio.

Sono le casa degli abitanti inermi e indifesi che vengono prese di mira e distrutte,  le case di gente che non vuole nient’altro che un vita dignitosa. Gente che non costituisce un pericolo per nessuno, che se ne sta rintanata fra quattro mura nel tentativo di sfuggire alla cieca violenza militare israeliana. Fino ad oggi 111 morti, fra cui 31 bambini, 20 donne e 13 anziani,  per lo più  morti all’interno delle loro abitazioni; 790 feriti  sono stati trasportati negli ospedali della Striscia dove, a causa dell’assedio, mancano i più elementari mezzi per soccorrerli. 894 sono ad oggi le case completamente distrutte o danneggiate al punto da essere ormai inabitabili. E ogni minuto le perdite e i danni aumentano.

I più fortunati hanno ricevuto  sul cellulare una chiamata dall’esercito israeliano pochi minuti prima che la loro casa fosse ridotta in macerie da una bomba o da un missile: una telefonata con cui gli si intimava di lasciare la casa in 5 minuti perché l’abitazione da lì a poco sarebbe stata colpita. Quanto agli altri, quelli meno fortunati, un razzo un po’  meno potente degli altri è stato lanciato sulle loro case per avvertirli che dovevano andarsene, perché nel giro di pochi minuti la loro casa sarebbe stata distrutta.

Cinque minuti al massimo per evacuare padre, madre,  moglie, i bambini e tutti coloro che vivono nell’abitazione, per afferrare i documenti di identità e i pochi averi, per raccogliere vita e ricordi, il passato e i sogni per il futuro, per dedicare qualche secondo per dire ai vicini di fare attenzione, che se ne vadano anche loro perché sicuramente non  verranno risparmiati dalla distruzione.

Cinque minuti, ed è la fine per un’intera famiglia, che diventa così parte del passato: forse perché non avvertita, forse solo perché non se ne è andata abbastanza in fretta.

Famiglia Qawar’a: 7 vittime; famiglia Hamid, 7;  famiglia Abu Kweik, 2;  famiglia al-Haj 7;  famiglia al-Masri, 4;  famiglia al-Khatib, 4 vittime…… Shima, una bambina di 5 anni è l’unica sopravvissuta della famiglia al-Masri. Continua a chiedere della madre.  Kinan Hamad, l’unico bambino sopravvissuto della famiglia Hamad, continua a credere che suo padre e i fratelli lo aspettano a casa… Non posso scacciare dalla mente l’immagine di un ragazzo dal corpo coperto di cenere che in mano tiene una gatta: la foto dell’unico sopravvissuto della famiglia Ghannam che così ha voluto commentare sui social media la sua sventura.

Questa è quanto succede oggi a decine di famiglie palestinesi che vivono a Gaza e affrontano una guerra di sterminio di massa scatenata dall’occupazione israeliana. Il pretesto addotto è la volontà di eliminare un’organizzazione dalla quale i cittadini israeliani si sentono minacciati.

Mi chiamo Rima, e sono una operatrice umanitaria. Sono madre di due figli, il più grande dei quali ha solo 12 anni. I miei bambini vivono con il padre e io, ogni giorno, muoio dieci volte per l’angoscia che provo per il loro destino. Sentirli al telefono per me è un sollievo,  ma pianti e paure sono tutto quanto riescono a comunicarmi.

Ieri, ascoltando il giornale radio sono stata fulminata da un flash di agenzia che ci informava della morte di un padre e suo figlio, della famiglia Abu Kweik, la famiglia del mio ex marito… il mio cuore ha quasi cessato di battere… Non è mio figlio, no, non può essere mio figlio!!,  gridavo.  Cinque lunghi minuti sono passati prima che mio fratello potesse telefonare:  la vittima  non era mio figlio ma suo cugino di 31 anni e il padre di lui, sessantenne. La loro colpa? Stavano sulla porta di casa in attesa dell’automezzo dei pompieri che avrebbe dovuto spegnere un incendio scoppiato nel quartiere….Come una furia mi sono precipitata per strada per raggiungere i miei figli, a casa di loro padre. Di corsa ho percorso  i quattro chilometri di strada deserta che separano la mia casa dalla loro, svicolando fra gli edifici, fra un razzo e un’esplosione, sola, io con il rombo degli aerei da guerra, il fumo e l’odore di morte.

Ho abbracciato il mio bambino più grande che mi ha chiesto: “Senti, mamma, ma in paradiso ci sono anche i cani e i gatti?” La domanda mi ha stupito. “Ma non ti ricordi – ha continuato lui – che abbiamo deciso di costruire una casa grande  dove vivere insieme tu io e mio fratello? e anche che avremmo preparato un angolo per ospitare i cani e i gatti randagi? Beh, la costruiremo in paradiso..”

Ho un’amica, Hala. Da quando i bombardamenti sono iniziati, sua figlia, una bimba di sette anni, si rifiuta di abbandonare la madre per un solo minuto e continua a ripetere: “ moriremo insieme” .  Come spiegare a Rita, di quattro anni, che si interroga sul perché i rumori delle esplosioni siano tanto diversi l’uno dall’altro, come spiegarle la differenza fra il bombardamento dalle navi da guerra e quello degli aeroplani, ma dirle anche che la morte, poi,  è una sola?

Non so come riusciremo a spiegare quanto accade ai nostri figli… In realtà neppure noi capiamo quanto ci sta succedendo. Ma come può essere che l’intero nostro popolo rischi di essere sterminato perché gli israeliani si sentono minacciati dall’esistenza di una organizzazione politica?

Non siamo terroristi.  Non vogliamo che dei civili, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o nazionale, o dalle posizioni politiche dei loro governi,  vengano lesi o colpiti.

Sta succedendo di tutto, ma la comunità internazionale se ne sta ad osservare senza muovere un dito .. C’è chi pronuncia una condanna mentre altri chiedono “la fine della violenza reciproca” … ma nessuno fa nulla.  Intanto noi, donne, anziani e bambini paghiamo il prezzo dell’impotenza internazionale, dell’ incapacità internazionale di fermare i crimini dell’ occupazione, crimini che si intensificano giorno dopo giorno  poiché lo stato israeliano e la sua leadership politica e militare sentono di godere di una sorta di immunità e di protezione internazionale.

Gaza, signori miei,  merita di vivere.. E come no?  Gaza, che nei secoli ha incessantemente combattuto contro l’ingiustizia e l’oppressione e la morte per poter vivere, rispettata, una vita  dignitosa….

Rima Ibrahim

Nota della traduttrice: Oggi, 13 luglio, i morti a Gaza sono 163.

 

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