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Nigeria, chi ha paura del “sangue cattivo”?

29 febbraio, 2016

Rapite, schiavizzate, costrette a subire violenze e a diventare con la forza “mogli” dei capi di Boko Haram. Ma quando (finalmente) vengono liberate o riescono a fuggire non trovano una famiglia o una comunità disposte ad accoglierle. E la situazione è ancora più difficile per quelle che ritornano in stato di gravidanza o portando in braccio i figli delle violenza subite. Al contrario, vengono rifiutate dalle proprie comunità e “necessitano un maggiore supporto da parte del governo nigeriano e delle associazioni”, si legge nel report “Bad Blood” pubblicato da Unicef e dall’associazione International Alert.

“Questi fatti mostrano l’esigenza pressante di agire per reintegrare queste ragazze nelle società nigeriana – commenta Kimairis Toogood, dell’associazione “International Alert” -. Molte di queste ragazze hanno già subito il trauma di abusi sessuali e violenze, sono state separate dalle loro famiglie. Dobbiamo garantire loro il supporto di cui hanno bisogno quando finalmente riescono a ritornare a casa”.


Dal 2012, più di duemila donne e ragazze sono state rapite de Boko Haram, tra cui le 200 studentesse della scuola di Chibok (2014) che ha dato il via alla campagna #bringbackourgirls. In questi mesi – mentre le milizie di Boko Haram iniziano a subire le prime sconfitte a opera dell’esercito nigeriano – è anche aumentato il numero di ragazze che vengono liberate e fanno ritorno a casa. Ragazze duramente segnate dalla prigionia, dalle violenze subite, dai matrimoni forzati con i militanti, dai lavori forzati. Alcune sono anche state costrette a combattere.

Ma all’interno delle loro comunità di appartenenza c’è persino chi le considera pericolose.
C’è infatti il timore che queste ragazze possano cercare di radicalizzare gli altri membri della comunità. Inoltre, i bambini nati dagli stupri subiti sono visti con particolare sospetto perché “contaminati” dal “cattivo sangue” dei loro padri biologici. Ragazze che diventano due volte vittime, come i loro figli poco più che neonati.

“Molti vedono queste donne e i loro figli come una minaccia. Temono che siano state indottrinate da Boko Haram. Il recente incremento degli attentati suicidi compiuti da donne, anche minorenni, in Nigeria, ha rafforzato la convinzione che le donne e le ragazze entrate in contatto con Boko Haram (con la forza o volontariamente) contribuiscano all’insicurezza nella regione”, si legge nel rapporto. Anche i bambini sono visti come una potenziale minaccia: “Si pensa che possano diventare la prossima generazione di terroristi”.
Per questi motivi il rapporto invita il governo e le organizzazioni non governative ad attuare servizi che proteggano e diano supporto a queste ragazze al momento del loro ritorno a casa.

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