(c)Abir Abdullah

Ragazze e migrazione, un passo che vale una vita

2 dicembre, 2015

Sono sempre di più le ragazze e le giovani donne che emigrano anche all’interno dei paesi in via di sviluppo. Ne è la prova il Bangladesh, dove ogni anno migliaia di ragazzine si muovono per andare a lavorare nelle città, soprattutto nella capitale Dacca. Ma quali sono le ragioni e le conseguenze di questo spostamento e quali i rischi connessi?
Per avere un quadro realistico del fenomeno è stata condotta la ricerca “Time to look at girls: Adolescent girls’ migration and development” (“E’ tempo di considerare le ragazze: migrazione delle adolescenti e sviluppo”) i cui risultati sono stati presentati a fine novembre durante un seminario a Dacca promosso dalla delegazione locale di Terre des Hommes Italia.

La ricerca si è focalizzata sulle esperienze, le scelte di vita e le aspirazioni delle adolescenti e giovani donne che emigrano all’interno del paese o all’estero. E’ stato analizzato il corso della vita e come la decisione di emigrare si è intersecata con altre scelte importanti che caratterizzano l’adolescenza, come quelle riguardanti la scuola, il matrimonio e l’avere figli. L’obiettivo era capire quali sono veramente le aspirazioni delle ragazze e valutare la loro capacità di prendere delle decisioni, come pure i cambiamenti nella percezione di sé e del proprio status a seguito della migrazione. La ricerca ha anche studiato l’impatto della migrazione sui membri delle loro famiglie che rimangono a casa. Dato che la ricerca intendeva dare una prospettiva di lungo termine su questi punti, tutte le ragazze intervistate sono emigrate da adolescenti ma solo una minoranza di loro erano ancora adolescenti al momento dell’intervista.

Condotta per conto del Global Migration Centre del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, Svizzera, con fondi messi a disposizione dal Swiss Network for International Studies (SNIS), la ricerca è stata svolta in Bangladesh tra gennaio 2014 e dicembre 2015, e fa parte di un progetto di ricerca comparata che include anche l’Etiopia e il Sudan. La parte che riguarda il Bangladesh è stata condotta da Nicoletta Del Franco in collaborazione con RMMRU e con il supporto della delegazione locale di Terre des Hommes Italia. Il progetto è sostenuto da Terre des Hommes, l’Università del Sussex (Regno Unito), Feminist Review Trust e ZXY International.

Ragazze migranti: chi sono e cosa vogliono
La ricerca ha coinvolto 47 ragazze Bengalesi che lavorano per lo più nelle fabbriche d’abbigliamento, e 13 ragazze e giovani donne che appartengono alla minoranza etnica Garo e che lavorano soprattutto nei saloni di bellezza.
La maggior parte delle ragazze migranti intervistate per la ricerca provenivano da famiglie vulnerabili che, al momento della decisione di partire, disponevano di pochissime risorse economiche e sociali. Nel caso delle ragazze Garo, invece, la metà delle famiglie di provenienza non potevano definirsi propriamente povere. La parola “obhab” (mancanza) gioca nei loro discorsi un ruolo fondamentale e non si tratta solamente di povertà, ma anche di mancanza di prospettive, perdita di familiari che lavorando mantenevano la famiglia (a causa di malattie o addirittura di morte), l’assenza di supporto da parte dei fratelli, disastri naturali o emergenze improvvise.

Raccontano le intervistate: “Mia madre aveva dei problemi mentali e mio padre era muto, non possedevamo terre, mio fratello fa il bracciante a giornata, la nostra casa era minacciata dalle alluvioni, quindi sono stata costretta a partire”. “Mio padre è morto, non potevamo sopravvivere solo con i guadagni dei miei fratelli, sono venuta in città a causa dell’obhab.”

Alcune ragazze sono andate a Dacca per fuggire da situazioni familiari difficili: non andavano d’accordo con la matrigna o il patrigno, si sentivano trascurate o maltrattate. Solo poche hanno dichiarato che volevano avere più libertà, fare qualcosa per sé stesse e/o non doversi sposare molto presto.

Quando avevo 6-7 anni mio padre si è risposato, ma la mia matrigna non mi voleva bene. Ho fatto di tutto per farmi accettare ma continuava a picchiarmi. Ero stufa di quella violenza e me ne sono andata”.

Cinque ragazze che hanno citato il fallimento del loro matrimonio tra le ragioni della loro migrazione hanno avuto esperienze simili. Si erano sposate da giovanissime (dai 12 ai 14 anni), poi avevano divorziato o si erano separate quando avevano scoperto che il marito aveva già una moglie, oppure venivano picchiate o maltrattate dal marito o dai suoi familiari.
Mi hanno dato in sposa quando ero molto piccola. A quel tempo non facevo altro che giocare, quando mi dissero che una persona stava venendo per me mi misi a piangere. Mia suocera sin dall’inizio mi ha maltrattato, io piangevo continuamente… dopo del divorzio sono rimasta per 3 mesi nel villaggio dove sono nata, a casa di mio fratello maggiore, ma non stavo bene, mia cognata mi guardava con disprezzo… per questo sono venuta a Dacca”.

Degno d’attenzione il fatto che tutte le ragazze che sono emigrate per continuare gli studi sono Garo. Tutte avevano la speranza di poter lavorare e contemporaneamente studiare, ma solo una è riuscita a farlo, probabilmente perché la titolare del salone di bellezza in cui lavorava era lei stessa una Garo e anche lontana parente della ragazza.
Ascoltando le storie delle ragazze migranti si può capire non solo la molteplicità di circostanze che stanno dietro alla decisione di emigrare, ma anche la complessità della situazione in cui matura quella decisione. In molti casi si tratta di mancanza di alternative, ma allo stesso tempo essa arriva dopo una valutazione cosciente delle differenti possibilità e come risposta a un’opportunità. Le ragazze non la percepiscono come scelta forzata. Dicendo: “Devo andarmene” vogliono sottolineare come si sentano responsabili verso la loro famiglia e che vogliono contribuire al suo sostentamento. Alcune di loro lasciano gli studi di loro volontà per cercare lavoro. Altri hanno espresso la loro speranza in un futuro migliore e la consapevolezza che la migrazione avrebbe offerto maggiori opportunità a loro e alla famiglia d’origine.

Mettendo insieme i dati quantitativi e qualitativi della ricerca appare chiaro che per la maggior parte delle ragazze bengalesi emigrate dalle campagne alla capitale, la migrazione non è una scelta di vita a lungo termine. Molte ragazze che si sono spostate in città da piccole, a volte a seguito delle sorelle, si fermano per uno-due anni. Altrettante ritornano a casa dopo pochi mesi. Altre rimangono di più in città ma dopo diversi anni ritornano anche loro al villaggio di nascita, a causa delle difficili condizioni di lavoro, il peggioramento della propria salute, oppure per sposarsi quando i genitori trovano un marito adatto.
Le poche che hanno trascorso più tempo in città, di solito si trasferiscono dagli slum a quartieri migliori, grazie ai risparmi raccolti in anni di lavoro e/o al matrimonio e al conseguente miglioramento della propria situazione economica. Alcune ragazze emigrano all’estero e molte lo vorrebbero fare, ma questa ricerca non ha raccolto informazioni sulle traiettorie a lungo termine di queste migranti. La traiettoria delle Garo è molto diversa. Molte si sono trasferite a Dacca molto tempo fa, si sono sposate e si sono stabilite lì definitivamente.

La maggior parte delle ragazze bengalesi coinvolte nella ricerca vivono negli slum di Dacca e hanno problemi nel trovare acqua pulita, servizi igienici adeguati e un posto per cucinare. Per molte, dopo il trasferimento in città, la loro salute è peggiorata. Di solito trascorrono la giornata tra l’“ufficio” (chiamano così la fabbrica) e la loro stanza nello slum, poiché le ore di lavoro sono molte e non hanno tempo né denaro per divertirsi. Le ragazze Garo hanno avuto molte delusioni una volta arrivate in città, perché non hanno potuto soddisfare il loro sogno di finanziarsi lo studio con il lavoro. Soprattutto le nuove arrivate raccontano di sentirsi come prigioniere negli ostelli dove vivono.

Vivere a Dacca per una ragazza vuol dire avere potenzialmente più occasioni di sviluppare una rete di conoscenze tra i giovani della sua età, rispetto a vivere in un villaggio. Ciò viene facilitato dal fatto di lavorare fianco a fianco in fabbrica, dalla mancanza di controllo da parte dei genitori e dall’uso dei cellulari. Tuttavia, quando si tratta di relazioni con ragazzi e uomini, queste adolescenti hanno molta paura di perdere la reputazione con comportamenti contrari alle norme socialmente riconosciute. Le ragazze hanno paura di essere tradite da pretendenti giovani e meno giovani, alcune di loro hanno già vissuto in passato esperienze simili. Alcune sono state sposate con uomini a caccia di dote, che spergiuravano di essere innamorati. Inoltre, trovandosi molto distanti dal luogo di nascita e non potendo contare sulla protezione di un “custode” più grande di loro, le ragazze sono più vulnerabili al cosiddetto “eve-teasing”, letteralmente “la presa in giro di Eva”, molestie verbali in pubblico a sfondo sessuale per minare la reputazione di una ragazza, un’abitudine molto diffusa nell’Asia meridionale.

Non solo, possono essere più facilmente vittime di violenze e gli abusi rispetto alle ragazze che negli slum ci sono nate e vivono con i loro genitori e fratelli. Ne deriva che molte ragazze migranti non approfittano delle occasioni offerte dalla città, hanno un comportamento molto riservato e dichiarano che si sposeranno nel loro villaggio solo quando i loro genitori avranno trovato loro un marito. Coloro che si allontanano dalle norme sociali rischiano di avere gravi conseguenze come ricatti e matrimoni forzati, di essere aggredite dalle bande di giovani teppistelli legate ai potenti dello slum e/o di essere vittime di tratta ed essere portate nei bordelli del Bangladesh o all’estero.

Matrimonio e migrazione
Per le ragazze bangladesi la ricerca consente di arrivare ad alcune considerazioni importanti:
Uno: la migrazione può contribuire a posticipare il matrimonio: coloro che non sono mai state sposate dichiarano di attendere di ritornare a casa dopo qualche anno e sposarsi. Alcune di loro sostengono che se non fossero emigrate probabilmente si sarebbero già sposate. La ricerca indica che la migrazione per lavorare nella capitale può costituire per i genitori poveri una possibile alternativa a dare in moglie le proprie figlie da piccole.

Due: un matrimonio fallito assieme alla mancanza di risorse economiche della famiglia di origine sono le cause scatenanti la migrazione delle giovani donne. Divorzi, separazioni provocano un sentimento di vergogna e danneggia la reputazione della ragazza e della sua famiglia, diminuendo le sue possibilità di trovare un altro marito nella stessa zona. Migrare diventa quindi un modo di sfuggire allo stigma sociale, aumenta le possibilità della ragazza di risposarsi ricominciando daccapo e facendo finta di non essersi mai sposata. La ragazza non è più un peso per la famiglia d’origine, ma si trasforma in una risorsa.

Tre: alcune migranti si sposano dopo essersi trasferite in città con qualcuno che incontrano lì. Questi matrimoni di solito vengono etichettati come “matrimoni d’amore” perché sono la sposa e lo sposo che prendono l’iniziativa e organizzano il matrimonio, invece delle loro famiglie. Di questo tipo di matrimoni se ne trovano pochissimi tra le ragazze migranti bengalesi, tutti riusciti tranne uno. In questi casi le ragazze si stabiliscono a Dacca o dove risiede la famiglia del marito.

Invece, tra le ragazze Garo partecipanti alla ricerca che sono sposate, tutte si sono sposate dopo l’arrivo in città o con vecchi fidanzati. In questa etnia le norme sociali riguardo il matrimonio differiscono molto da quelle bengalesi, infatti viene celebrato più tardi, di solito dopo un periodo di “fidanzamento” durante il quale la coppia può trascorrere del tempo insieme e non è necessariamente combinato dai genitori.

Impatti della migrazione percepiti come positivi
La maggior parte delle bengalesi e tutte le ragazze Garo hanno dichiarato che le loro condizioni generali di vita e lavoro sono migliorate a seguito della migrazione, soprattutto per il fatto di guadagnare uno stipendio. Due terzi delle migranti hanno sottolineato che la loro autostima e sicurezza di sé stesse sono migliorati, si riescono a muovere di più e hanno più potere decisionale nella vita di ogni giorno. Specialmente coloro che sono emigrate da piccole e adesso guadagnano bene, si sentono autorizzate ad avere più voce in capitolo nelle decisioni da prendere sulla loro vita e quella dei membri della loro famiglia. Pure le migranti più piccole dicono che, grazie alla migrazione, sono diventate più “intelligenti”, capaci di stare in piedi da sole e gestire la loro vita quotidiana. Le ragazze che si sono sposate in città considerano il matrimonio e i figli nati da questa unione come una conseguenza positiva sulla loro situazione personale.

Nelle aree dove la migrazione per lavorare nelle fabbriche d’abbigliamento tocca un gran numero di famiglie, sta diventando socialmente più accettabile che in passato il fatto che le ragazze emigrino da sole. Le ragazze lavoratrici migranti sono considerate una risorsa importante per le loro famiglie. Oltre a un miglioramento della situazione economica generale della famiglia, esse offrono una maggiore capacità di coprire le spese giornaliere di base e le emergenze legate alla salute. Grazie alle ragazze Garo, la migrazione a lungo termine ha cambiato visibilmente i villaggi d’origine. In alcuni ogni famiglia ha uno o più membri che hanno emigrato a Dacca o in altre città, creando un notevole flusso di rimesse e sono state costruite case di mattoni dove vivono in modo permanente solo gli anziani.

Vulnerabilità specifiche delle ragazze migranti
Le ragazze bengalesi, che siano migranti o meno, soffrono delle stesse limitazioni in termini di mobilità, possibilità di interazione con l’altro sesso, gli stessi rischi in termini di violenza fisica e sessuale ed essenzialmente le stesse sanzioni sociali quando e se non si conformano alle regole sociali che regolano la transizione all’età adulta, la sessualità e il matrimonio. Coloro che si allontanano apertamente da queste norme rischiano di essere stigmatizzate come “cattive ragazze” e diventano facile obiettivo di trafficanti e microcriminalità. Negli slum non c’è spazio per lo sviluppo di una cultura giovanile condivisa tra i sessi, eccetto che nel regno virtuale di internet e dei cellulari.
La ricerca ha evidenziato che le adolescenti migranti sono più vulnerabili perché sono nuove della città e nella maggior parte dei casi non hanno la protezione delle reti familiari. Inoltre è particolarmente preoccupante il fatto che le ragazze migranti non hanno accesso ai servizi di base, non sanno a chi rivolgersi e in effetti esistono pochi centri che eroghino servizi mirati a loro.
A causa della loro età, del loro stato di lavoratrici e della loro situazione che cambia rapidamente, normalmente non ricadono nelle categorie di beneficiari individuate dalle istituzioni statali e dalle organizzazioni non governative.

Essere un’adolescente migrante a Dacca significa non avere il supporto delle reti familiari e dover vivere il rapido cambio dall’essere “figlia” a diventare l’adulta che sostiene ed è responsabile del benessere della propria famiglia. Mentre alcune ragazze possono contare sull’aiuto di fratelli che sono già emigrati in città e altre riescono a farsi degli amici sul luogo di lavoro, la maggior parte delle ragazze migranti partecipanti alla ricerca dicevano di sentirsi isolate e hanno apprezzato la possibilità di poter condividere le proprie esperienze con le altre grazie a questa ricerca.

Tutto ciò non riguarda le migranti Garo, che possono contare di solito su un network di parenti e familiari che risiedono a Dacca. La Chiesa cattolica e quella Protestante, oltre ad alcune congregazioni missionarie attive nella capitale e nelle aree d’origine delle migranti Garo costituiscono un punto di riferimento per loro, oltre ad offrire delle opportunità di lavoro.

Raccomandazioni finali per una migrazione più sicura delle adolescenti
La partenza delle ragazze per andare a lavorare in città non è semplicemente il risultato di vari fattori di spinta, ma piuttosto una scelta complessa, motivata anche dal desiderio di migliorare la propria vita. Per questo è importante focalizzarsi su ciò che si può fare per assicurare un’esperienza migratoria più sicura per le adolescenti e una transizione più sicura verso l’età adulta.

Spazi protetti e reti sociali più ampie
Le esigenze sociali e psicologiche delle ragazze possono essere soddisfatte con la creazione di spazi fisici e sociali dove i giovani si possono incontrare, condividere le proprie esperienze, avere accesso ad attività ricreative e sportelli informativi, e incontrare delle persone che possono fungere da mentori.

Promuovere la discussione e sfidare gli stereotipi di genere, sulla sessualità e la violenza di genere
È necessario prevedere attività di sensibilizzazione, ricerche e altre iniziative che coinvolgano leader comunitari, genitori, operatori sociali, giovani e anziani. Occorre toccare temi come le relazioni tra i sessi, la violenza domestica, il matrimonio, la sessualità, argomenti che generalmente non vengono discussi e sono relegati al regno intoccabile della “cultura”. È necessario che le relazioni finora considerate “illegali” tra i giovani diventino un argomento su cui si può discutere. Deve essere evidente a tutti quanto sia importante condannare e sanzionare comportamenti violenti, dare assistenza alle vittime di violenza e sviluppare una cultura di rispetto reciproco tra i giovani.

Migliorare l’accesso ai servizi per le ragazze migranti
Occorre rafforzare gli interventi attualmente esistenti indirizzati alle ragazze adolescenti e coinvolgere un numero sempre maggiore di utenti. Un modo semplice per farlo è estendere gli orari d’apertura di questi servizi durante il venerdì e alla sera, in modo che le ragazze lavoratrici possano andarci durante il loro tempo libero.

Occorre diffondere il più possibile le informazioni su tutti i servizi e le strutture disponibili nell’area degli slum dove vive la maggior parte delle ragazze migranti. In particolare quelle su corsi scolastici, di formazione professionale, centri sanitari e sulla presenza di fornitori di servizi di vario genere come ONG, sindacati, gruppi di microcredito.

Infine la ricerca indica come sia importante offrire alle ragazze migranti servizi di tutoraggio/counselling per mitigare il loro senso di solitudine e isolamento, sostegno psicosociale specialmente per ragazze a rischio di abuso o vittime di violenza.

Il testo integrale della ricerca (in inglese) può essere richiesto a Nicoletta Del Franco: Nicoletta.delfranco(at)graduateinstitute.ch oppure nicodelfranco(at)gmail.com

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