credit: Abir Abdullah

Vittime di tratta, sempre più spesso sono bambine

8 febbraio, 2016

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di esseri umani. Una pratica che papa Francesco, ieri all’Angelus, ha definito “un’intollerabile vergogna”. Uomini, donne e bambini che vengono venduti e sfruttati come forza lavoro, ridotti spesso in condizioni di vera propria schiavitù o costretti a prostituirsi. Difficile, se non impossibile, avere dati completi ed esaustivi sul numero delle vittime di tratta. L’Unodc (Agenzia delle Nazioni Unite per il contrasto del crimine organizzato) stima che il fenomeno della tratta riguardi 2,4 milioni di persone ogni anno (dato aggiornato al 2012), di cui l’80% sono sfruttate nella prostituzione.

Un business criminale con un giro d’affari stimato in torno ai 32 miliardi di dollari.

Il dato più allarmante, evidenziato nell’ultimo Global Report on Human Trafficking, è l’aumento del numero di bambini coinvolti: “A livello globale, oggi i bambini rappresentano circa un terzo di tutte le vittime di tratta individuate – si legge nel report -. Due su tre sono di sesso femminile”. Una tendenza di cui si avvertivano i primi segnali negli anni a cavallo tra il 2003 e il 2006 e che purtroppo ha avuto conferma negli anni più recenti.

Le donne continuano a essere le principali vittime di tratta (circa la metà). Sebbene con il passare degli anni sia diminuita l’età media. Tra il 2004 e il 2011 la percentuale di donne adulte coinvolte nei fenomeni di tratta è scesa dal 74% al 49% mentre, nello stesso lasso di tempo, la percentuale di bambine e ragazze è passata dal 10% al 21%.

La tratta di esseri umani è un fenomeno che riguarda praticamente tutte le aree del mondo. Ma le situazioni di conflitto e le catastrofi naturali fanno crescere in maniera esponenziale il rischio pe donne e ragazze di essere trafficate: una guerra, un terremoto o uno tsunami costringono migliaia di persone a lasciare le loro case, spezzano legami familiari, lasciando migliaia di bambini senza genitori e donne senza un partner.

In Iraq, ad esempio, “il prolungato conflitto ha recato le condizioni più adatte per l’opera dei trafficanti: profughi interni (più di tre milioni), crisi economica e la mancanza di leggi”, si legge nel rapporto “No places to turn. Violence against women in the Iraq conflict” di Minority Rights. 
In questo scenario, le donne sono i soggetti più vulnerabili ed esposti, in modo particolare le vedove e le ragazze che fuggono da violenze domestiche e matrimoni forzati. Alcune associazioni per i diritti umani stimano che dal 2003 a oggi circa 14mila donne e ragazze siano state uccise mentre 5-10mila sono state rapite o cadute nelle mani di trafficanti. Tra il 2003 e il 2007 sono sparite nel nulla circa 4mila donne, di cui 800 con meno di 18 anni d’età.

Queste donne e ragazze, spesso costrette a prostituirsi, possono essere trafficate all’estero, come
all’interno del Paese (Baghdad, Tikrit, Erbil, Dohuk e Sulaymaniyah sono le destinazioni più comuni) ma anche all’estero. Prima dello scoppio della guerra in Siria, questo Paese era una delle mete privilegiate per i trafficanti: si stima che nel 2011, il 95% delle prostitute in Siria fossero di origine irachena, nella maggior parte dei casi minorenni. Un business poco rischioso e molto redditizio: una ragazza irachena venduta all’estero frutta ai suoi trafficanti tra i 10mila e i 20mila dollari. Mentre il prezzo di una notte con una vergine nei bordelli di Sulaymaniyah costa tra i 200 e i 500 dollari.

L’arrivo dei miliziani dell’ISIS nella regione ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita di donne e ragazze. Lo Stato Islamico è diventato il principale attore nella gestione della tratta di esseri umani nella regione. Inoltre L’ISIS “ha introdotto e legittimato la pratica della schiavitù sessuale a un livello senza precedenti”, si legge nel rapporto “No place to turn”. Solo nel corso del 2014 i guerriglieri dello Stato Islamico avrebbero rapito circa tremila donne e ragazze, in larga parte appartenenti a minoranze etniche e religiose (yazidi, turkmeni e cristiani).
L’Isis ha – di fatto – legalizzato la schiavitù e la compravendita di giovani donne. Le ragazze non musulmane catturate dai miliziani vengono considerate “trofeo di guerra”. Schiave che possono essere abusate, picchiate, comprate e vendute senza alcuna remora. “È permesso comprare, vendere o portare in dono prigioniere di sesso femminile e schiave. Perché sono semplici proprietà”, si legge in un agghiacciante rapporto di Human Rights Watch che riporta un documento dell’ISIS. Anche per lo Stato Islamico, come per tutte le altre reti criminali, il traffico di esseri umani (in modo particolare di ragazze e giovani donne) rappresenta una delle principali fonti di guadagno. Ma rappresenta anche un modo per attrarre nuove reclute.

Trafficking asiatico.
Una situazione tutta particolare, invece, è quella che si sta verificando in India e in Cina. Dove politiche demografiche scellerate e la predilezione per i figli maschi a scapito delle femmine hanno determinato uno squilibrio tra i generi tale da mandare in crisi il mercato matrimoniale.
Già oggi nei due Paesi il numero di uomini in età da marito (dai 20 ai 30 anni) ha ampiamente superato quello delle donne. Alcune simulazioni suggeriscono che il numero degli uomini singleche cercheranno di sposarsi dopo il 2030 supererà del 50-60% il numero delle donne single per diversi decenni.
Una situazione che, in Cina, ha determinato un aumento della domanda di “spose” provenienti dall’estero, incrementando così la tratta: migliaia di donne e ragazze provenienti da Birmania, Vietnam, Mongolia, Cambogia, Laos e Corea del Nord vengono trafficate ogni anno in Cina per soddisfare la crescente “domanda” di 32 milioni di uomini cinesi condannati a restare scapoli. “Spose” su commissione che spesso vengono costrette a prostituirsi o a lavorare forzatamente come domestiche.

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