Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images For IOC

Yusra e le sue sorelle

8 giugno, 2016

Yusra Mardini ce l’ha fatta. Alcune settimana fa, vi avevamo raccontato la sua storia e il suo sogno di gareggiare alle Olimpiadi di Rio de Janerio. Oggi, il sogno di Yusra è realtà. La giovane nuotatrice siriana farà parte della squadra dei rifugiati selezionata dal Comitato Olimpico. Per la prima volta nella storia, alle Olimpiadi parteciperà anche un team formato da dieci atleti provenienti da diversi Paesi di tutto il mondo e che, per motivi diversi, non possono gareggiare sotto la bandiera del proprio Paese d’origine. Gareggeranno quindi sotto il vessillo con i cinque cerchi del Comitato Olimpico.

“Questo sarà un simbolo di speranza per tutti i rifugiati del mondo e rendereà il mondo più consapevole della gravità di questa crisi. Allo stesso tempo è un segnale alla comunità internazionale: i rifugiati sono nostri fratelli e sono un arricchimento per tutta la società”, è il commento di Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico.

Yusra Mardini, 18enne siriana, è una tra i più giovani membri di questo team che conta sei uomini e quattro donne. Tutte molto giovani, tutte in fuga dalla guerra e alla ricerca di una vita migliore.
Anjaline Nadai Lohalith, 21 anni, è fuggita dalla guerra e dal Sud Sudan quando aveva solo 14 anni (nel 2002) e assieme alla zia ha raggiunto il campo profughi di Kakuma in Kenya. Qui, nel 2015, uno dei suoi insegnanti le ha suggerito di partecipare a una competizione e il suo talento viene notato. “Il mio sogno è quello di migliorare la mia vita e quella della mia famiglia”, spiega la ragazza, che sogna di poter tornare a casa e potersi riunire ai suoi genitori che non vede da anni. Ed è alla sua famiglia che pensa giorno e notte, anche quando si allena. “Andare a Rio mi permetterà di incontrare tante persone diverse e imparare, vedrò posti dove non sono stata”.

Anche Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, è originaria del Sud Sudan e anche lei ha trovato rifugio a Kakuma. Fuggita dalla guerra quando era solo una bambina: da 13 anni vive nel campo profughi. Per lei la corsa è stata un’occasione di eiscatto e la sua specialità sono gli 800 metri. “Sono molto felice di portare la bandiera dei rifugiati, perché è qui che ho iniziato la mia vita”, spiega.


Yolande Bukasa Mabika è la veterana del gruppo. È nata infatti nel 2987 a Bukavu, la regione maggiormente segnata dal conflitto che tra il 1998 e il 2003 ha dilaniato la Repubblica Democratica del Congo. Da orfana in un paese in guerra, ha iniziato a praticare judo “per rendere la mia vita migliore e per cambiarla”, spiega. E in qualità di atleta professionista ha rappresentato il suo Paese in diverse competizioni internazionali. Ma dopo anni di difficoltà, ha deciso di chiedere asilo in Brasile durante i mondiali di judo che si sono svolti nel 2013. “Il mio messaggio ai rifugiati è questo: non rinunciate alla speranza, continuate a credere – ha dichiarato -. Abbiamo attrversato tanta sofferenza in Congo e lo stesso continua a succedere oggi. È il caso di tutti i rifugiati di tutto il mondo che soffrono per la morte dei loro familiari, per le guerre e le uccisioni”.

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