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In Africa servono più leggi contro le mutilazioni genitali femminili

19 settembre, 2018

Milioni di bambine e ragazze che vivono in Africa rischiano di subire una mutilazione genitale dal momento che i governi dei loro Paesi non hanno varato leggi che proibiscano questa pratica. Secondo le stime del rapporto “La legge e le mutilazioni genitali femminili” curato dall’associazione “28 Too Many” (28 è il numero dei Paesi africani in cui questa pratica è ancora radicata) e dalla Thomson Reuters Foundation sono circa 55 milioni le bambine e le ragazze con meno di 15 anni che hanno subito una mutilazione genitale o sono a rischio. Circa la metà vive in soli tre Paesi (Egitto, Etiopa e Nigeria) sebbene tutti abbiano -formalmente almeno- messo al bando questa pratica. Solo due Paesi tra i 28 presi in esame da questo studio hanno una solida legislazione per il contrasto alle mutilazioni genitali.

Al centro dell’indagine ci sono le leggi e gli apparati normativi dei 28 Paesi africani in cui le mutilazioni genitali sono maggiormente praticate. Di questi, sono sei i Paesi (Ciad, Liberia, Mali, Sierra Leone, Somalia e Sudan) in cui non sono in vigore leggi che criminalizzano questa pratica. “Questi Paesi non riescono a proteggere le loro donne e le loro ragazze -ha commentato Ann-Marie Wilson, direttore esecutivo della campagna “28 Too Many”-. Le mutilazioni sono sempre traumatiche e hanno un impatto permanente sulla vita delle ragazze e delle donne. Una legge manda un messaggio forte, dice che tutto questo è inaccettabile”. Ci sono poi altri 22 Paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono formalmente vietate, ma vengono applicate raramente e ci sono troppi vuoti nella normativa.

La medicalizzazione delle mutilazioni genitali

Uno degli elementi che maggiormente preoccupa gli autori del rapporto è il fatto che le legislazioni nazionali dei Paesi presi in esame siano particolarmente carenti nel contrasto alla pratica di far eseguire le mutilazioni genitali da professionisti in ambito medico. Quella che viene definita la “medicalizzazione” delle mutilazioni genitali è una pratica sempre più diffusa: il “taglio” viene eseguito in ambulatori, spesso da parte di professionisti, con la somministrazione di antidolorifici e antibiotici. Questo permette di ridurre il più possibile i rischi sanitari per le bambine, senza però lenire il trauma che queste subiscono. Inoltre, le mutilazioni genitali rappresentano sempre una violazione dei diritti fondamentali delle donne e delle bambine.

Sui 22 Paesi che dove è in vigore una legge che vieta le mutilazioni genitali, solo nove colpiscono specificatamente gli interventi praticati da medici o paramedici”, si legge nel rapporto. L’aggravio di pena per questi professionisti in molti casi è pari al raddoppio della pena prevista, unita spesso alla sospensione della licenza. In Uganda un professionista dell’ambito sanitario che pratica il “taglio” a una bambina rischia persino l’ergastolo.
Egitto, Nigeria e Sudan sono i tre Paesi in cui si calcola viva la quasi totalità delle donne che hanno subito una mutilazione “medicalizzato” (il 99%). La metà in Egitto. Eppure in nessuno di questi Paesi la legge colpisce in maniera specifica i medici che praticano il “taglio”.

Mutilazioni oltre confine

Le leggi, però, spesso non bastano ad arginare il fenomeno. Il report di “28 too many” e “Thomson Reuters foundation” denuncia la prassi sempre più diffusa delle famiglie o delle donne che praticano il “taglio” rituale di trasferirsi in un Paese limitrofo dove le mutilazioni genitali non sono sanzionate. Una situazione che espone a rischi particolarmente alti le donne che vivono a ridosso dei confini. I movimenti più frequenti sono quelli che attraversano le frontiere tra Kenya e Somalia e quella tra Burkina Faso e Mali.

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