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Sempre più bambine tra i baby soldati

13 febbraio, 2019

Mary aveva solo 12 anni quando è stata rapita, assieme alla sorella, da tre uomini armati appartenenti a una delle tante milizie ribelli che combattono in Sud Sudan. Terrorizzata, la bambina è scoppiata a piangere, ma gli uomini hanno minacciato di ucciderla se non avesse smesso immediatamente. Per tre anni Mary è stata costretta a passare le proprie giornate con un gruppo di miliziani: ha cucinato per loro, ha raccolto la legna e l’acqua, ha lavato i loro abiti. E ha imparato a usare una pistola, anche se non è mai stata costretta a combattere: solo le ragazze più grandi avevano armi proprie.

Di loro si parla sempre meno, ma la piaga dei bambini soldato è ben lontana dall’essere stata eradicata. Al contrario, secondo le stime di “Child Soldiers International” il numero di piccoli reclutati da eserciti e milizie è aumentato del 159% dal 2012 a oggi. Numeri basati sull’analisi degli ultimi rapporti delle Nazioni Unite sul tema che sono stati diffusi dall’organizzazione in occasione della Giornata mondiale contro l’uso di bambini soldato. I conflitti in corso in Medio Oriente, in Somalia, Sud Sudan, Congo e Repubblica Centrafricana lasciano i bambini sempre più esposti al reclutamento. “Ragazzi e ragazze sono abitualmente usati come combattenti e ai posti di controllo, come informatori, per saccheggiare villaggi e come schiavi domestici e sessuali”, denuncia “Child Soldier International”.

Tra il 2012 e il 2017 -secondo l’analisi condotta da “Child Soldier International”- sono stati oltre 29mila i casi verificati di reclutamento di bambini in 17 Paesi diversi. E il trend è in crescita. Nel 2017 i piccoli soldati individuati erano 8.185 in 15 Paesi diversi: un aumento del 159% rispetto ai 3.159 casi individuati nel 2012 in 12 Paesi.

Bambine soldato, trend in crescita

Sebbene quello dei bambini soldato sia un fenomeno prevalente maschile, il reclutamento forzato di bambine e ragazze è in forte crescita: erano 893 nel 2017, il quadruplo rispetto alle 216 dell’anno precedente. “Tuttavia, poiché le ragazze vengano utilizzate soprattutto in ruoli di supporto, lontane dalla linea del fronte, spesso non vengono identificate come baby soldato -denuncia Child Soldier International-. Per questo motivo spesso non vengono incluse nelle statistiche ufficiali e non vengono riconosciute dalle agenzie per la protezione dell’infanzia”. Il numero reale delle bambine soldato, probabilmente è sottostimato rispetto a quello reale.

Alcuni dati forniti dalle agenzie Onu, tuttavia, permettono di inquadrare con maggiore precisione il fenomeno. Nella Repubblica Centrafricana il 34% dei 299 casi verificati di reclutamento forzato tra minori riguardava bambine e ragazze. Nella Repubblica Democratica del Congo la missione Onu del 2015 ha attestato una presenza femminile compresa tra il 30 e il 40% del totale dei piccoli soldati costretti a combattere nei sei anni precedenti. Mentre in Nigeria la componente femminile si è attestata attorno al 34% del totale dei baby soldati reclutati nel 2017.

Bambine e ragazze, inoltre sono maggiormente esposte, rispetto ai loro coetanei maschi, al rischio di subire violenze e abusi sessuali. Quasi mille quelli censiti nel 2017 (+40% rispetto ai 2013 del 2012) con episodi particolarmente drammatici che hanno coinvolto anche bambine di appena sette anni. Per questi bambini deporre le armi e tornare a una vita normale è molto difficile, anche per la carenza di fondi e di progetti ad hoc. Solo il 70% dei 55mila bambini soldato liberati nell’ambito dei programmi ufficiali tra il 2013 e il 2017 hanno ricevuto adeguato supporto. Mentre non ci sono dati sulla condizione in cui si trovano i bambini che sono riusciti a fuggire con le proprie sole forze.
Mary, che oggi ha 16 anni, è di nuovo libera. Frequenta la scuola primaria assieme ad altri ragazzi e ragazze che, come lei, fanno parte di un programma promosso da Unicef. Ma la ragazzina, come molti altri baby soldato, è ancora ossessionata dai ricordi di quello che ha vissuto nel campo: “Mi spavento ancora quando vedo un uomo con la pistola”.

Foto: (c)Unicef

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