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Per dire “basta” alle mutilazioni genitali femminili

6 febbraio, 2017

Il 6 febbraio si celebra la Giornata mondiale per la tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, (Mgf). Sebbene sia molto difficile conoscere il numero esatto delle donne e delle ragazze che hanno subito questa pratica, l’Unicef stima che siano almeno 200 milioni, in 30 diversi Paesi del mondo in Africa, Asia e Medio Oriente. Più della metà di loro si concentra in soli tre Paesi: Indonesia, Egitto ed Etiopia. Circa 44 milioni di loro sono ragazzine con meno di 14 anni. L’Agenda Onu degli obiettivi di sviluppo sostenibile ha come obiettivo quello di porre fine a questa pratica entro il 2030.

Cosa sono le mutilazioni genitali femminili?
Si tratta di interventi che prevedono la rimozione dei genitali femminili. Solitamente vengono classificati quattro tipi di mutilazioni, via via sempre più devastanti: dalla rimozione del clitoride, fino all’asportazione completa dei genitali esterni e la cucitura della vagina (infibulazione).
L’Organizzazione mondiale per la sanità evidenzia in maniera chiara che le mutilazioni genitali femminili non portano nessun beneficio e – al contrario – provocano gravi danni alla salute della donna sia nel breve periodo (dolore, trauma, rischio di contrarre infezioni, dissanguamento) sia negli anni successivi (dolori cronici, rischio di morire durante il parto, dolori durante i rapporti sessuali). Le mutilazioni genitali femminili sono internazionalmente riconosciute come una violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine.

Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica religiosa?
Contrariamente a quanto si pensa, le mutilazioni genitali femminili non sono un corollario della religione musulmana. L’Egitto è il Paese in cui questo fenomeno è maggiormente diffuso (27 milioni di donne e ragazze mutilate) ma al secondo posto c’è l’Etiopia (23,8 milioni di vittime) uno dei più grandi Paesi a tradizione cristiana. Riguarda infatti l’89% delle donne etiopi musulmane, il 67% di quelle cattoliche e il 69% di quelle che seguono altre confessioni cristiane”, spiega la giornalista Emnuela Zuccalà nel bellissimo webdoc “Uncut”. Anche all’interno di uno stesso Paese, la percentuale di donne mutilate varia in base ai gruppi etnici.

Cosa si sta facendo per fermare le mutilazioni genitali femminili?
Dal 2008 a oggi, più di 15.000 comunità e distretti locali in venti Paesi hanno dichiarato pubblicamente di voler abbandonare le mutilazioni genitali. Inoltre, cinque nazioni hanno approvato una legge che criminalizza questa pratica. Ultimi, in ordine di tempo, il governo della Nigeria e quello del Gambia.

Al di là dell’azione dei governi (le cui leggi spesso restano lettera morta) i risultati migliori si ottengono quando sono le comunità locali – e in particolar modo le donne a prendere consapevolezza dei danni provocati da questa pratica crudele. Particolarmente importante è il coinvolgimento di quelle donne che, dopo aver “lavorato” per anni per mutilare le bambine, sono diventate attiviste per contrastare questa pratica. 
Come ha fatto Babung Sidibeh, gambiana: “Se avessi saputo prima quello che so oggi, non avrei mai tagliato nemmeno una donna. Abbiamo causato così tanto dolore a così tante figlie e mogli. Se i miei nonni avessero saputo quello che io so oggi non avrebbero mai tagliato nessuna donna. L’ignoranza è il problema principale”, ha spiegato in un intervista al quotidiano Standard ripresa dal sito “Global voices”.

Paesi insospettabili
Sebbene sia l’Africa il continente maggiormente segnato dalla pratica delle mutilazioni genitali femminili, questa pratica è radicata presso alcune minoranze in Paesi insospettabili come l’India dove la Khatna viene praticata nella comunità musulmana dei Bohras da più di 1.400 anni. Si sarebbe tentati di bollare questa pratica come “primitiva”, ma Masooma Ranalvi, attivista a sua volta vittima di mutilazione, contesta questa visione: “La comunità Bohra è istruita, è ricca e pratica le mutilazioni – spiega -. Sono medici, curatori d’arte, ingegneri, professionisti”.
Chi cerca di giustificare le mutilazioni genitali spiega che questo intervento ha motivazioni igieniche, aiuta a prevenire i tumori e aumenta il piacere. Si tratta, ovviamente, di motivazioni che non hanno nessuna valenza scientifica. La ragione principale per cui viene perpetrata questa pratica è “controllare la sessualità delle donne”, spiega Ranalvi.




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