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Gli attacchi di Boko Haram spingono le ragazze a lasciare la scuola

26 ottobre, 2018

Hauwa aveva sedici anni quando, nel 2014, i miliziani di Boko Haram attaccarono la sua scuola, a Buni Yadi. “Dopo l’attacco sono tornata a casa. Ero molto spaventata e ho deciso che non sarei tornata a scuola. L’ho detto ai miei genitori, anche loro erano molto spaventati. Prima dell’attacco mi piaceva molto andare a scuola e studiare, il mio sogno era diventare avvocato. Ma adesso, questa esperienza mi ha completamente demoralizzato. Ho detto a mio padre che non sarei mai più tornata a scuola a causa delle minacce di Boko Haram e per quello che avevo visto quella notte. Non posso affrontarlo di nuovo”.

Hauwa è una sopravvissuta alla violenza dei miliziani di Boko Haram, il gruppo terroristico che agisce nel Nord-Est della Nigeria e che, tra i suoi principali bersagli, ha messo l’istruzione laica. Il rapimento di 276 studentesse dalla loro scuola nella città di Chibok (nell’aprile 2014) è stato il punto più alto (e drammatico) degli attacchi compiuti dai miliziani islamisti contro l’istruzione. Ma non è stato l’unico episodio: secondo le stime della “Global Coalition to protect education from attack” sono state circa 600 le donne e le ragazze rapite mentre si trovavano a scuola. “Oltre a prendere di mira l’educazione nel suo complesso -si legge nel report “I will nerver go back to school. Impact of attacks on education for nigerian women and girls”, – Boko Haram ha preso di mira in modo particolare le studentesse”.

Il report è basato sulle interviste a 119 vittime e testimoni di questi episodi. Comprese molte ragazze coinvolte nei rapimenti di Chibok (Aprile 2014) Damasak (novembre 2014) e Capchi (febbraio 2018). Tra gli intervistati, anche diversi insegnanti. Che confermano come molti loro studenti (maschi e femmine) non siano più tornati a scuola a seguito degli attacchi dei milizini di Boko Haram. “Quando la scuola è stata chiusa, tutte le ragazze, circa duemila, sono tornate a casa. Tra le 600 e le 700 erano pronte per l’esame finale: solo la metà hanno sostenuto le prove -spiega Mustapha A., insegnante del Government Girls Senior Science Secondary School di Konduga-. Molte sono tornate a scuola e si sono sposate. Da quello che so, la maggioranza di quelle che si sono sposate hanno interrotto gli studi”. Al momento dell’intervista, la scuola in cui Mustapha insegna non ha ancora riaperto: “Ma anche se aprisse, molti genitori sarebbero riluttanti a mandare le proprie figlie a scuola”, conclude.

Sebbene la situazione e le condizioni di sicurezza siano migliorate anche nel Nord-Est della Nigeria, Boko Haram continua i suoi attacchi alle scuole e agli studenti “con inimmaginabile violenza”, commenta Diya Nijhowne, direttore esecutivo della Coalzione. “Il rapimento di 111 ragazze dalla loro scuola di Dapchi, a più di quattro anni di distanza dal rapimento di 276 ragazze a Chibok, sottolinea l’urgenza per le autorità nigeriane di garantire sicurezza alle scuole per proteggere le studentesse e gli insegnanti”.

Aumentano i matrimoni precoci

Già prima dell’esplosione del conflitto nella regione, nel Nord-Est della Nigeria si registrava un’elevata incidenza dei matrimoni precoci: il 62% delle ragazze nella regione si era sposata prima di aver compiuto 18 anni. E il 23,5% prima di averne compiuti 15. Sebbene non ci siano dati empirici, le informazioni raccolte sul campo dalla “Global Coalition to protect education from attack” testimoniano un aumento del fenomeno.
La violenza e gli attacchi contro le scuole esacerbano un fenomeno già presente. Molti genitori, infatti, vedono il matrimonio come unica possibile forma di difesa per le proprie figlie: “Alcune ragazze sono state obbligate a sposarsi -spiega un’insegnante intervistata nel report-. I loro genitori erano preoccupati per quello che sarebbe potuto succedere a queste ragazze. Il matrimonio è uan forma di protezione”.

Nelle mani di Boko Haram

Le ragazze rapite dai miliziani di Boko Haram vengono per la maggior parte tenute prigioniere all’interno dell’impenetrabile foresta di Sambisa. Coloro che sono riuscite a fuggire o che sono state liberate dall’esercito hanno raccontato le condizioni di vita a cui sono state sottoposte durante la prigionia: matrimoni forzati con i miliziani, conversioni forzate per le ragazze e le donne di fede cristiana. Alcune hanno raccontato di essere state tenute di fatto in condizioni di prigionia e di essere state violentate ripetutamente. Altre, in modo particolare le donne che si sono rifiutate di sposare un miliziano, sono state obbligate a svolgere pesanti lavori domestici per le famiglie dei loro rapitori: minacciate e picchiate per ogni infrazione alle regole o semplicemente quando erano troppo stanche per andare avanti.Gli uomini di Boko Haram costringono infine le loro prigioniere a partecipare ai loro attacchi indossando giubbetti esplosivi per poi farsi esplodere nei mercati o in altre zone affollate: solo nel 2017 sono stati registrati 115 attentati suicidi commessi da minori. Di questi 77 erano bambine e ragazze.

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