© Julian Meehan via Flickr

Climate change, le ragazze sono in prima fila nella lotta

1 ottobre, 2019

Venerdì scorso, un milione di ragazzi e ragazze si sono riversati nelle piazze di tutta Italia per chiedere alla politica azioni incisive e concrete per arginare il cambiamento climatico. Una settimana prima, milioni di ragazzi in tutto il mondo avevano fatto la stessa cosa: da New York a Parigi, dalla Spagna al Messico, dall’India alla Nigeria.

“Siamo di fronte a qualcosa di nuovo”, ha commentato Dana Fisher, sociologa dell’università del Maryland che per decenni ha studiato i movimenti ambientalisti, in un’intervista al Washington Post. “Abbiamo una nuova ondata di lotte nella società che è guidata da donne. E il movimento per il clima giovanile sta guidando questo cambio generazionale”.

Non solo Greta

Se Greta Thunberg è l’ispiratrice e il volto più noto delle proteste globali per il clima, la componente femminile di queste proteste “è schiacciante”, scrive il quotidiano americano. Una piccola indagine statistica condotta della professoressa Fischer tra i manifestanti di Washington lo conferma: su oltre cento organizzatori dei “Friday for futures” e duecento partecipanti alla manifestazione il 68% degli organizzatori. Neil 58% dei manifestanti erano ragazze. I ragazzi di colore rappresentavano più di un terzo dei ragazzi scesi in strada a Washington, una proporzione che corrisponde all’incirca alla demografia degli Stati Uniti.

Le ragazze, secondo un sondaggio condotto dal “Washington Post” in collaborazione con la “Kaiser Family Foundation” sono più sensibili e attente al tema rispetto ai coetanei maschi: il 46% delle ragazze intervistate ha dichiarato che il cambiamento climatico è “estremamente importante” per loro, contro il 23% dei maschi. L’attenzione per il clima è inoltre particolarmente forte tra le minoranza: almeno il doppio degli adolescenti di colore e ispanici hanno partecipato agli “scioperi per il clima” rispetto ai loro coetanei bianchi. E anche tra le minoranze, le ragazze sono più numerose rispetto ai maschi.

Isra e Jamie, la lotta per la giustizia climatica

Nelle manifestazioni per il clima che si sono svolte negli USA, la diversità (etnica e di genere) è visibile e dirompente. Isra Hirsi, 16 anni, direttore esecutivo del gruppo “Youth Climate Strike” e figlia della deputata Ilhan Omar spiega: “Quella contro il cambiamento climatico è la lotta della mia generazione e deve essere combattuta subito”. Isra ha partecipato alla sua prima manifestazione di protesta quando aveva solo sei anni, poi si è dedicata al movimento “Black lives matter” e alla sensibilizzazione per il controllo delle armi. Solo da un anno a questa parte ha concentrato la sua attenzione sul tema del cambiamento climatico. A far maturare il suo impegno in questo settore, la consapevolezza (acquisita frequentando il club ambientalista della scuola) che le comunità nere sono particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dei cambiamenti climatici: hanno maggiori probabilità di morire a seguito di un’ondata di caldo in una grande città o maggiori probabilità di vivere in comunità colpite da inquinanti ambientali.

Jamie Margolin, 17enne di origini latinoamericane, è la fondatrice dell’organizzazione di giustizia ambientale “Zero Hour”. In un lungo testo scritto per il quotidiano inglese “The Guardian” articola i legami tra crisi climatica, povertà, razzismo e condizione femminile: “Le donne sono più colpite dai cambiamenti climatici. Un documento di UN Women riporta che l’80% degli sfollati a causa di disastri climatici sono donne. In Africa centrale, dove il Lago Ciad sta scomparendo, le donne nomadi sono particolarmente a rischio”, scrive. “Forse le donne riescono a vedere cose che gli uomini non vedono”, riflette Alexandria Villasenor, 14 anni, intervistata durante le manifestazione davanti alle Nazioni Unite a New York. “È più probabile che crediamo nel cambiamento.

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