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Dopo il ciclone, le Case del Sole

20 giugno, 2019

Entrando nel campo Mandruzi, a 30 minuti dalla città di Beira, la prima cosa che ti colpisce è il canto dei bambini.
Intorno alla tenda di Terre des Hommes Italia una marea di bambini giocano, cantano, ridono o piangono.
Un ragazzo con la chitarra, seduto in mezzo ai piccoli, accompagna le loro voci. Sulle grandi stuoie di bambù che circondano le tende i bambini disegnano con matite o pastelli colorati, le immagini più ricorrenti sono quelle di case e coltivazioni distrutte. Da quando il ciclone Idai a marzo ha colpito questo distretto le tende hanno sostituito le scuole crollate o inagibili.

Più ti addentri nel campo però più la sofferenza diventa tangibile, il caldo afoso e la polvere della sabbia accompagnano il dolore di famiglie che hanno perso i loro cari e tutto ciò che avevano. Il ciclone che ha colpito la città costiera mozambicana di Beira, con venti fino a 170 km orari, e poi si è spostato nell’entroterra, ha distrutto abitazioni, strade, strutture sanitarie e scuole, provocando black out elettrici, epidemia di colera ed esondazioni di fiumi. Più di 700 persone hanno perso la vita.

Chi è sopravvissuto ha trovato rifugio in posti come questo, un’enorme distesa di tende bianche e pozzi di acqua dove donne e bambini fanno la fila per riempire grandi secchi colorati. Le tende sono le più svariate e riportano i nomi di associazioni di primo soccorso, di prevenzione della violenza sulle donne, o fungono da registro municipale per i nuovi nati.
Le tende di Terre des Hommes Italia offrono educazione informale e appoggio psicosociale, e sono chiamate Case del Sole, luoghi di ritrovo, protezione, di aiuto e condivisione, luoghi amici dei bambini. Qui diamo assistenza a più di 720 bambini, insieme a educatori, psicologi, assistenti sociali formati per situazioni di post emergenza.
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Tra la folla sentiamo i racconti di ciò che è andato perduto, quanti kg di farina o riso, quante finestre, tetti e pareti sono da rifare. E delle conseguenze emotive, delle malattie causate semplicemente anche dalla mancanza di acqua pulita.

Amelia, una ragazzina, ripete con gli occhi sbarrati e impauriti: ‘foi terrivel, foi terrivel!’ (è stato terribile, è stato terribile!)

La ragazzina gesticola molto, se ne sta lì seduta su una seggiolina e mi racconta: “Mi sono svegliata terrorizzata per le raffiche del vento che ululavano come iene impazzite. Gli adulti urlavano di ripararsi mentre il ciclone come una belva affamata si accaniva sulla nostra casa distruggendola completamente, portandosi via i nostri animali, e sradicando tutte le nostre coltivazioni. Alcune case e capannoni sono volati via come carta al vento”. La sua voce è rauca e l’angoscia non si placa: “Le lamiere hanno ferito mio padre e ucciso mio nonno, tranciandogli il braccio destro. Il vento si è infilato come un fetiçeiro (stregone) sotto i tetti di tutte le case sollevandole e scaraventandole in alto. In pochi istanti tutto è stato perduto e tutto è volato via. La bimba dondolando la testa continua: “Le mie sorelle, dall’altra parte della casa, gridavano per la paura, ma per fortuna non si sono fatte male. Abbiamo vissuto momenti di angoscia con le stanze invase dalla pioggia, arrivata dopo che il vento aveva scoperchiato i tetti. Sono certa che è stato lo stregone, ne sono certa!”.

Eravamo tutti al riparo”, racconta invece Anselmo cercando di sorridermi, “a un certo punto però abbiamo visto un tetto volare via e abbattersi contro la nostra casa. I miei fratelli erano terrorizzati e i miei genitori non riuscivano a chiudere le finestre e le porte, e guardavano quello che stava succedendo senza sapere cosa fare”.
Dilza è una delle psicologhe di Terre des Hommes, “Abbiamo cercato di salvare il salvabile. Io mi occupo dei bambini traumatizzati dal ciclone qui al campo, la maggior parte di loro ha un’età tra i 3 e i 13 anni. La Casa del Sole accoglie i bambini della zona e quelli dei villaggi accanto che hanno perso le scuole, distrutte dal ciclone. I bimbi vengono coinvolti in attività ludiche, educative, psicosociali e sull’igiene”. Poi racconta delle altrettanto importanti attività volte alla prevenzione degli abusi e le violenze sui bambini. “Spesso in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, manca il controllo e i bambini spesso si perdono o rimangono orfani.
Intorno a noi c’erano alberi sradicati
“, aggiunge Dilza, “ma anche pesanti blocchi di cemento caduti, che hanno ucciso donne, uomini, bambini. Non abbiamo mai visto una cosa del genere. Siamo stati giorni interi nell’acqua con la paura di essere fulminati dall’elettricità, non abbiamo potuto mangiare nè bere per giorni. Poi, il terribile ciclone si è poi spostato verso Buzi, dove ha colpito un intero villaggio di 5000 abitanti la metà dei quali bambini. I coltivatori hanno perso tutto, ettari ed ettari di coltivazioni vicino a casa mia sono stati quasi rasi al suolo, i campi di frumento sono andati distrutti assieme alla manioca, cibi fondamentali per la nostra dieta. Tutti coloro che hanno perso la casa sono stati trasferiti in campi come questo e ora sono degli sfollati. Sono convinta che le prossime azioni di Terre des Hommes, per ricostruire le scuole distrutte, i pozzi di acqua e per distribuire semi e utensili agricoli, daranno un grande aiuto alla popolazione. Posso dire che ora siamo degli sfollati sì, ma degli sfollati resilienti. Ecco la differenza, siamo dei sopravvissuti e non delle vittime”.

Sabrina Avakian, responsabile emergenza di Terre des Hommes in Mozambico,
dal campo di Mandruzi, distretto di Dondo

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