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Didattica a distanza in Palestina e a Milano: le sfide, gli ostacoli e i successi

16 settembre, 2020

In questi giorni di riapertura delle scuole si fa anche il punto su ciò che ha portato di buono la didattica a distanza nello scorso anno scolastico. Ne abbiamo parlato con due professoresse coinvolte nel gemellaggio tra una scuola italiana, l’Istituto Rinascita di Milano, e due scuole palestinesi di Gerusalemme Est (Hassan Al-Thani e Djabal Al- Mukabber) creato per il nostro progetto Ta’lim Lil’Jami’a: Intervento di educazione inclusiva per i bambini di Gerusalemme Est.

Iniziato un anno fa grazie ai fondi della Commissione Europea e UEFA Foundation for Children, il progetto prevedeva la creazione di un legame tra scuole pubbliche palestinesi di Gerusalemme e scuole italiane che promuovano un modello inclusivo. Questo legame è una opportunità fondamentale sia per gli studenti italiani e palestinesi, che avranno la possibilità di condividere esperienze e conoscenze, di superare barriere linguistiche e culturali e di guardare oltre i propri confini, sia per i loro insegnanti, che potranno osservare come i processi inclusivi vengono applicati in contesti profondamente diversi e condividere pratiche e strategie didattiche ed educative. Naturalmente il sorgere della pandemia ha richiesto vari cambi delle attività didattiche, ma vogliamo comunque farvi raccontare dalla voce delle due protagoniste come hanno risposto all’emergenza didattica, soprattutto per non escludere gli studenti più svantaggiati. Oggi è di scena Simonetta Muzio, Insegnante di lingua italiana all’Istituto “Rinascita” di Milano.

Rinascita è un Istituto Sperimentale a indirizzo musicale: cosa significa? Quali sono le caratteristiche che lo rendono tale? Quale è Il suo bacino di utenza e il profilo sociale e culturale degli studenti in generale e nella classe dove insegni?

Rinascita è una scuola che ha una storia e un nome bellissimo e premonitore. Infatti: nasce più volte.
Ufficialmente viene fondata nel 1945 a Milano con il nome di Convitto Scuola della Rinascita, quale progetto culturale di alcuni grandi intellettuali del tempo, un progetto di orientamento per ex partigiani, i combattenti contro il fascismo.
Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo la sconfitta del fascismo, l’Italia si trovava ad affrontare un’emergenza educativa: da un lato un sistema intriso di ideologia fascista e da questa modellato, dall’altro un fenomeno di abbandono scolastico di grandi proporzioni che era un risultato della guerra.
I fondatori di Rinascita sognavano una scuola anti-cattedratica e ispirata a principi di auto-gestione: una scuola che non ruotasse attorno all’insegnante e che non fosse solo un luogo di istruzione, ma che avesse il riscatto sociale al centro del proprio modello educativo. Una scuola capace di fornire, a chi nasceva povero, competenze tali da permettergli di migliorare le proprie prospettive di vita e di lavoro. Rinascita, una scuola per giovani dai quindici ai ventotto anni, fu inizialmente riservata agli ex -partigiani, ma in seguito si aprì ai reduci dalla deportazione e dalla prigionia, ai figli dei caduti, delle vittime e dei perseguitati politici, ai lavoratori e ai loro figli, senza discriminazioni di razza, di religione o di ideologia politica. E in più c’era l’inserimento e l’inclusione dei ragazzi disabili. La scuola poggiava su pilastri che ora sembrano naturali (democrazia, partecipazione, rapporto con la realtà, acquisizione delle competenze necessarie per conoscere e governare i processi), ma se si pensa a come erano organizzati allora i convitti, si può capire come Rinascita fosse una esperienza rivoluzionaria.
E veniamo all’utenza: essendo una scuola dallo statuto sperimentale, Rinascita ha sempre avuto un bacino d’utenza aperto e diversificato e questo ci ha permesso di formare delle classi miste con ragazzi provenienti da contesti molto diversi. Oggi ci sono forme di nuove povertà che sono tipiche delle periferie urbane. Questo fenomeno riconnette la Rinascita di oggi con quella delle origini (il cui motto era ‘Mai più indifferenti’), quando la povertà economica ed educativa dei figli dei partigiani veniva affrontata con una pedagogia sperimentale, che li rendeva capaci di diventare cittadini consapevoli dei loro diritti e doveri.
Quanto poi alla composizione delle mie classi, insegno Lettere in più classi. Se vogliamo parlare in modo specifico di una di queste, la 1C, in cui insegno quest’anno, essa include ragazzi che provengono da paesi extraeuropei, da altri contesti culturali, e, ancora, figli di genitori laureati. È un’utenza mista che riflette i principi di cui ti parlavo, i principi su cui poggia Rinascita.

Per quanto riguarda l’emergenza Covid-19 e il suo impatto sulla didattica: quando è iniziato il lockdown? Quale è stato il ruolo del Ministero nell’indirizzare la didattica durante la pandemia? Quale è stato il livello di autonomia della scuola nel decidere come agire?

Il passaggio alla situazione di lockdown è stato piuttosto traumatico. Venerdì 21 febbraio ci siamo salutati lasciando a scuola libri, quaderni, strumenti e altro, pensando di rivederci il lunedì. Il giorno dopo la situazione è precipitata e in quel fine settimana abbiamo saputo che non saremmo rientrati a scuola.
All’inizio, il contatto con le classi è stato più che altro finalizzato al mantenere la relazione e a permettere ai ragazzi l’espressione di emozioni e di bisogni, e, per noi insegnanti, ad identificare i bisogni e raccoglierli.
E’ solo in questa circostanza, ad esempio, che ho scoperto che alcuni ragazzi della prima media, dove insegno, non accedevano in modo sistematico a “classroom”, l’aula digitale da sempre in uso a Rinascita, dove io ero molto attiva, dove caricavo i compiti e facevo le verifiche, etc. Molto probabilmente vi accedevano da un internet shop o dalle case dei loro parenti, per nascondere la loro situazione di difficoltà, perché non avevano a disposizione mezzi propri per potervi accedere. E non l’ho scoperto subito, ma solo quando la scuola ha fatto una ricognizione e si è deciso di distribuire i computer della scuola a chi non ne possedeva uno. Per quanto invece riguarda il Ministero: a metà marzo il Ministero della Pubblica Istruzione ha iniziato a parlare di DaD affermando che “non era un adempimento formale”, ma chiedendo di organizzare comunque le attività da remoto per mantenere il contatto con gli studenti. In realtà, a Rinascita, credo che sin dai primi giorni di marzo tutte le classi avessero ripreso le lezioni o in remoto o in modalità sincrona, agevolate dagli strumenti che già utilizzavamo (Classroom).

Didattica a distanza: come è stata organizzata nella tua classe e, nello specifico, per la materia (lingua e letteratura italiana) che insegni? Esistevano degli strumenti già in uso nella scuola che hanno facilitato l’attuazione della DaD? Quali? E quali sono stati gli obiettivi che ti sei posta?

Per me questa emergenza è stata un’occasione di riflessione e di cambiamento… La prima cosa che ho fatto è decidere, ad esempio, di distinguere gli obiettivi solo cognitivi dalle competenze durevoli; due competenze che ho scelto di priorizzare sono cittadinanza e soft skills (competenze trasversali). Mantenendo gli obiettivi cognitivi, ho utilizzato le web quests. L’idea era quella di far cercare agli studenti tutte le informazioni richieste. Immagina di aver davanti una classe di 24 studenti. Nel momento in cui faccio una domanda di grammatica, cosa pensi che faranno gli studenti? Ovviamente andranno subito a vedere su internet, per cercare la risposta. La prima cosa da fare quindi, secondo me, era quella di sdoganare queste modalità, e di legittimarle, dicendo: “Bene, visto che siete tanto bravi in questo ambito, dal punto di vista telematico, fatelo voi questo lavoro, fate queste ricerche!” E loro hanno fatto cose egregie. Per esempio, hanno sistematizzato un lavoro che farò l’anno prossimo con la seconda sul “Giallo” come genere letterario: hanno preparato un padlet (una bacheca online condivisa), mettendo insieme tutto quanto c’era sull’argomento (video che avevano preparato loro, testi scritti da loro, Flip Cards etc.)

Tutti gli studenti sono stati in grado di rispondere positivamente a questo approccio?

Hanno risposto a questo approccio in gruppo. L’altra cosa, infatti, che ho fatto in questo periodo di riflessione è stato decidere che, se un terzo delle mie ore di lezione in classe era in passato dedicato alla spiegazione e a chiedere agli studenti di fare degli esercizi, bisognava tentare di invertire questa tendenza. Anche perché il rischio era che gli studenti smettessero di vivere la dimensione della classe ed entrassero invece in un’altra dimensione, in cui c’era sempre qualcuno che parlava e spiegava, che gli chiedeva di fare qualcosa. Quello che ho fatto è di usare tanto, molto di più, i “gruppi cooperativi”, gruppi in cui ognuno di loro aveva un ruolo e un compito molto preciso da svolgere per poi presentare alla fine, tutti insieme, delle cose, dei prodotti. E loro si sono impegnati tantissimo, rispettando le scadenze, cercando tutte le informazioni, auto-organizzandosi… Insomma, hanno risposto molto bene. Per fare un esempio: ho organizzato con i miei colleghi di Arte e di Educazione Fisica un grande lavoro interdisciplinare sulla moda. Al di là degli specifici obiettivi di ciascuna delle nostre discipline, avevamo anche l’esigenza di far riflettere sul fatto che, in questo momento in cui nessuno poteva uscire a comprare nulla, tutti noi avevamo in effetti tantissime cose inutili nell’armadio… e queste cose avevano tutte un costo, in termini di lavoro, di diritti calpestati, di ambiente, di pratiche crudeli sugli animali etc. Alla fine del percorso, come verifica, abbiamo chiesto ai ragazzi di stupirci, con un compito di realtà, qualcosa di veramente originale. E lo hanno fatto: hanno organizzato un mercatino virtuale, dove mostravano e appendevano i loro vestiti, quelli che non usavano più, e se li scambiavano. Al momento lo scambio è stato virtuale, ma abbiamo deciso che quando ci saremmo fisicamente ritrovati, i capi ce li saremmo davvero scambiati – dopo averli lavati e impacchettati. Alla fine, gli studenti hanno organizzato una sfilata virtuale in cui, tuttavia, potevano essere mostrati solo i capi realizzati e confezionati senza violare i diritti umani. Un lavoro che ha comportato ricerche su internet, su siti stranieri, anche in inglese. Un altro strumento che ho usato è la gamification, il fatto di far giocare gli studenti con i contenuti, responsabilizzando i ragazzi di 3a che già erano stati esposti a questi contenuti, li avevano già assimilati. Abbiamo chiesto loro di inventare dei giochi, in modo che i loro compagni di prima potessero apprendere specifici contenuti. Questo esercizio è stato utile sia per mettere alla prova i ragazzi di terza che per esercitare quelli di prima. Se infatti dici ai ragazzi di prima: “queste cose ve le mandano i vostri compagni della terza – di cui loro sono tutti follemente innamorati – è molto differente dal dire loro: ho preparato questo compito per voi… È proprio tutta un’altra cosa.

Come è stato la risposta a questo metodo? Quali sono stati gli ostacoli affrontati sul piano tecnico, sociale e umano per coinvolgere gli studenti?

La risposta è stata diversa, da una classe all’altra. I ragazzi di terza hanno partecipato attivamente fin dal primo giorno, sono stati presenti sin dall’inizio e continuano ad essere tutti presenti. Per la 1a le cose sono invece diverse. In prima ci sono ragazzi che fanno molta fatica a partecipare e collegarsi: non riusciamo a capire se il problema consista nell’inadeguatezza della loro abitazione o in altro. Mi è capitato di dover far lezione chiamando al cellulare una ragazzina e facendola partecipare in questo modo, via telefono, o inviandole le registrazioni di quanto è stato fatto… Ma è stato difficile.

E le famiglie? Come è stato il loro coinvolgimento?

Questa è una bella domanda. Le famiglie sono coinvolte al 100 per cento: entriamo in casa loro, quindi il coinvolgimento è enorme. Ci sono tuttavia degli ostacoli, certo: ho appena ricevuto, proprio in questo momento, ad esempio, un messaggio di un mio studente che mi dice “Sono molto preoccupato perché mia sorella domani ha un esame all’università e io forse non potrò partecipare, perché dovrò stare in cucina”. È chiaro che c’è un problema di spazi: bisogna anche tener presente che le famiglie dei nostri studenti hanno spesso 3 o 4 figli. Una soluzione parziale l’abbiamo trovata fra la 1C e la 1 E. Abbiamo due coppie di gemelli in queste due classi, quindi organizzando un torneo di lettura abbiamo deciso che, contrariamente a quanto generalmente si dice: “dividere i gemelli”, i gemelli avrebbero lavorato insieme. La cosa interessante è che loro lo fanno molto volentieri, amano lavorare insieme.

Voi siete una scuola sperimentale e quindi avete una certa libertà e autonomia: secondo te il tipo di esperienza che tu hai fatto è ripetibile in una “scuola normale”, per così dire?

Credo di sì, perché in questo momento non esiste sperimentazione o meno. In questo momento ci troviamo in condizioni simili. La DaD ha azzerato le differenze. Siamo tutti nella stessa, identica condizione: davanti ad uno schermo con un’applicazione e dobbiamo decidere cosa fare… se sperimentare o se fare la lezione più tradizionale del mondo, o altro. Questo momento è molto ricco e fecondo in termini di possibilità.

Un’ultima cosa: c’è stata una differenza fra gli studenti rispetto a come è stata recepita la DaD, così come tu la hai praticata… cosa è successo?

Io credo che nella DaD ciò che conta è la vicinanza, in realtà. Cioè è la relazione che tu hai stabilito con la tua classe. In questo momento, quando tutti gli studenti sanno che saranno promossi, se tu non hai stabilito una relazione forte con i tuoi studenti, non hai possibilità di avere un rapporto significativo con loro, non hai possibilità di agganciarli. Possono essere presenti al momento dell’appello, e poi spegnere la telecamera e il microfono e tornare a dormire. Io non so se a 14 anni lo avrei fatto… probabilmente sì. In tutta la scuola italiana, alle medie, pare che questo fenomeno sia stato la norma: gli studenti tendono a tenere le telecamere spente. I ragazzi non vogliono farsi vedere, non vogliono che la scuola entri così pesantemente e prepotentemente nella loro camera, nella loro casa, nelle loro facce.
Per quanto riguarda invece la tua domanda, se ci sono ragazzi che abbiamo perso, che non hanno seguito tutte le attività didattiche: si, è successo. Ad esempio, abbiamo studenti che si riescono a sentire solo se li chiamiamo al telefono e che non si riescono però ad agganciare con le lezioni.

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