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Gli aborti selettivi in Cina alimentano la tratta di donne dal Myanmar

29 marzo, 2019

Seng Moon aveva 16 anni e andava ancora a scuola quando la cognata le ha prospettato la possibilità di un lavoro ben pagato in Cina, come cuoca. Send Moon non voleva accettare quella proposta, ma la cifra che le era stata proposta era molto superiore a quello che avrebbe potuto guadagnare lavorando nel campo profughi dove viveva. Seng Moon e la sua famiglia, infatti, sono profughi in fuga da una violenta guerra civile che da più di sette anni vede contrapposti, nel Nord del Myanmar, l’esercito birmano e i ribelli Kachin.

Seng Moon infine accetta la proposta ma ad attenderla, una volta varcato il confine, non c’era un posto di lavoro ma un destino da “sposa” con un uomo sconosciuto. “Mia cognata mi ha lasciato in una casa. La sua famiglia mi ha chiuso in una stanza e mi ha tenuta legata. Ogni volta che quell’uomo cinese mi portava da mangiare mi violentava. Due mesi dopo, mi hanno trascinato fuori dalla stanza. Il padre di quell’uomo ha detto: ‘Ecco tuo marito, ora siete sposati. Siate gentili l’uno con l’altro e costruite una famiglia felice’”. Sette mesi dopo Seng Moon ha scoperto di essere incinta. Quando ha dato alla luce un bambino e ha chiesto di poter tornare a casa ha ricevuto una risposta choccante: “Nessuno ti fermerà. Se vuoi tornare a casa puoi farlo, ma non puoi portare via mio figlio”. Solo due anni dopo la ragazza è riuscita a fuggire.

Quella di Seng Moon è una storia comune tra le donne -giovani e meno giovani- rifugiate nella regione del Kachin: rapite o portate con l’inganno in Cina per essere vendute a facoltosi uomini cinesi. “Give us a baby and well let you go” (Dacci un figlio e ti lasceremo andare) è il titolo di un recente report di Human Rights Watch che denuncia il traffico di esseri umani al confine tra i due Paesi attraverso le voci di 37 donne vittime di tratta.

Molte di loro hanno raccontato che le famiglie che le hanno acquistate sembravano più interessate ad avere un bambino piuttosto che una “moglie”. “A molte ragazze veniva fatto capire, e in alcuni casi detto esplicitamente, che avrebbero potuto andarsene una volta partorito il bambino, a patto di lasciarlo con la famiglia del padre”, si legge nel rapporto.

Aborti selettivi e tratta

Questa tratta di giovani donne lungo il confine che separa il Myanmar dalla Cina affonda le proprie radici nella cosiddetta “Politica del figlio unico” adottata nel Paese tra il 1979 e il 2015. L’obbligo, imposto dal partito comunista, a mettere al mondo un solo figlio per ogni coppia ha determinato un grave sbilanciamento nel rapporto tra i sessi a causa della tradizionale preferenza per i figli maschi. “Il gender gap tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni è in crescita e continua ad aumentare -si legge nel rapporto di HRW-. Alcune ricerche calcolano che ci siano fra i 30 e i 40 milioni di donne mancanti in Cina”.

Le “donne mancanti di oggi” sono le bambine mai nate tra gli anni Ottanta e Novanta, le bambine uccise subito dopo la nascita o quelle abbandonate a cui sono state negate le cure a causa nei primi mesi di vita. Una situazione che sta lasciando sempre più giovani uomini cinesi senza mogli: e si stima che entro il 2030 il 25% dei trentenni cinesi non troverà mai una donna da sposare.

Questa situazione alimenta il traffico dal vicino (e povero) Myanmar, che arricchisce trafficanti senza scrupoli. Nel Nord del Paese -dove si concentrano decine di campi profughi- le donne devono farsi carico dei figli e dei parenti anziani mentre mariti, padri e fratelli sono impegnati nel conflitto. “Devono mantenere le proprie famiglie, ma hanno poche opportunità lavorative, molte sentono di non avere altra scelta che cercare lavoro in Cina -si legge nel rapporto-. I salari sono più alti, anche quando si lavora illegalmente, e i posti di lavoro sono abbondanti. La frontiera è vicina e facile da attraversare, con o senza documenti di viaggio”. I trafficanti lucrano su questa disperazione.

Tratta, un fenomeno difficile da quantificare

Difficile fornire dati che permettano di inquadrare con precisione un fenomeno così sfuggente e arduo da indagare. Secondo la “Myanmar Human Rights Commission” nel 2017 sono state 226 le donne trafficate in Cina. Mentre il Dipartimento per i servizi sociali, ogni anno offre assistenza a un numero di donne che varia tra le 100 e le 200. Lo stesso Dipartimento ha rintracciato 1.115 vittime di tratta tra il 2010 e il 2017, di cui 185 con meno di 18 anni. Ma questi numeri sono solo la punta dell’iceberg. Molti casi, infatti, non vengono nemmeno denunciati, molte donne e ragazze spariscono semplicemente nel nulla, molte non ritornano e anche chi riesce a fuggire non sempre denuncia quello che ha subito, per paura dello stigma sociale e dell’emarginazione che ne deriva.

Chi sono le vittime

Le donne trafficate in Cina hanno raccontato di essere state vendute per cifre molto differenti tra loro: da un minimo di 3mila dollari fino a 13mila. “Le famiglie che le hanno acquistate in alcuni casi credevano che il prezzo pagato fosse quello per la dote -si legge nel report-. Ma in molti casi chiaramente sapevano di essere coinvolti in un’operazione di tratta”. Ad adescare le giovani vittime sono amici, persone conosciute, persino familiari. “Il trafficante era mia zia, mi ha persuaso a partire”, racconta Seng Ing Nu, venduta a 17 anni e rimasta prigioniera per tre.

Alcune delle ragazze hanno accettato di partire per la Cina con la speranza di trovare un lavoro per pagarsi gli studi. Per gli sfollati l’istruzione è gratuita fino alla scuola secondaria: Seng Ja Htoi aveva bisogno dell’equivalente di 980 dollari per pagare le tasse d’accesso alla scuola superiore: “Pensavo di lavorare alcuni mesi durante l’estate per pagare le tasse scolastiche”, racconta la ragazza. Invece è stata venduta da una donna del suo stesso villaggio per l’equivalente di 3.200 dollari. Seng Ja Htoi, che aveva solo 18 anni quando è stata trafficata, è rimasta prigioniera per quattro anni.

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