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India, ecco come funziona la “cultura dello stupro”

18 aprile, 2018

Asifa Bano aveva solo otto anni quando è stata rapita, violentata per tre giorni e infine uccisa da un gruppo di uomini -tra cui alcuni agenti di polizia- nelle campagne di Kathua, nel nord dell’India. Il delitto è avvenuto a gennaio, ma la notizia è diventata pubblica solo ai primi di aprile con l’arresto degli imputati.Una vicenda che ha scosso il Paese per diversi motivi (la bambina apparteneva era musulmana e il brutale omicidio ha acceso le tensioni con la maggioranza induista) ma che soprattutto ha riportato l’attenzione sul tema degli stupri di cui ogni giorno sono vittima donne e bambine.

Poco, infatti, sembra essere cambiato dal dicembre 2012 quando sei uomini violentarono una ragazza di appena 23 anni a bordo di un autobus a Delhi. Morì 72 ore dopo, per le gravissime lesioni interne subite. La morte di quella ragazza -soprannominata dai media “Figlia dell’India”- ha provocato un’ondata di proteste e manifestazione senza precedenti. Per la prima volta uomini e donne marciarono assieme contro le violenze.

Le ragazze sono vittime e colpevoli

Nel mese di gennaio, nello stato dell’Haryana ci sono stati dieci stupri in dieci giorni. “Un fatto che sembra aver sconvolto tutti -spiega l’autore del documentario “Rape is consuensual. Inside Haryana’s rape culture”-. Eppure le donne continuano a essere additate come responsabili della violenza subita”. Partendo dal drammatico fatto di cronaca dello scorso gennaio, il documentario prova a rispondere a una domanda: perché giovani e meno giovani incolpano le donne per lo stupro subito?

La ragazza deve aver fatto qualcosa di sbagliato, per questo è stata stuprata”, risponde un ragazzino. “Sia il ragazzo che la ragazza hanno fatto qualcosa di sbagliato -aggiunge la madre di un ragazzo condannato per stupro-. Allora perché solo il ragazzo è ritenuto responsabile? La ragazza arriva a rimanere a casa, il ragazzo viene inviato in prigione. Che tipo di legge è questa?”.

La “cultura dello stupro” raccontata in questo breve ed efficace documentario poggia su due pilastri: da una parte la colpevolizzazione delle vittime. Dall’altra la diffusione di una cultura che limita la libertà delle bambine e delle ragazze con la convinzione di tutelare “l’onore” della famiglia. Una ragazza non può sposare chi ama ed è colpevole anche quando è vittima di violenza. Le ragazze -spiega ancora un giovane intervistato- devono stare a casa a meno che non abbiano un lavoro. Una cultura talmente diffusa da essere interiorizzata anche dalle bambine. “Si, è colpa delle ragazze se vengono violentate. Si fanno degli amici e questo è il risultato delle cattive compagnie che frequentano”, commenta una giovanissima.
“La nostra insegnante ci ha detto che anche le ragazze sono colpevoli in caso di stupro -aggiunge un’altra-. La nostra colpa è di fare amicizia con i ragazzi, che poi si avvantaggiano di questa amicizia”.

Violenza su bambine e ragazze, una vera e propria epidemia

Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità il 35% delle donne ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner o di sconosciuti.Circa 120 milioni di ragazze con meno di vent’anni (una su dieci a livello globale) hanno subito “rapporti forzati o altri atti sessuali forzati”.
“La violenza di genere, incluse le violenze sessuali, che viene inflitta a donne e ragazze ha proporzioni da epidemia -si legge nel Dossier Indifesa, presentato lo scorso ottobre in occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze-. Se fosse una malattia, la violenza sessuale verrebbe presa in seria considerazione e i governi così come i donatori indipendenti stanzierebbero dei fondi per combatterla”.

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