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Il Libano abolisce il matrimonio riparatore

31 agosto, 2017

Nei mesi scorsi era stato il turno di Tunisia (26 luglio) e Giordania (1° agosto). E da metà agosto anche il Libano ha messo al bando la legge che permette ai violentatori di evitare l’incriminazione se sposano la vittima. Il parlamento di Beirut ha abolito l’articolo 522 (al centro della campagna di protesta promossa nelle piazze e su Twitter con l’hashtag #undress522). Una vittoria ottenuta grazie alla mobilitazione delle associazioni delle donne libanesi, con il supporto di associazioni per i diritti umani. A seguito della modifica alla normativa, oggi la punizione per le violenze sessuali in Libano è di sette anni di reclusione, con aggravanti se la vittima è una persona con disabilità fisica o mentale.

Congratulazioni alle donne del Libano” ha scritto sulla sua pagina Facebook l’associazione Abaad. “Quella di oggi è una vittoria per la dignità delle donne. Chi ha commesso una violenza non potrà più sfuggire la pena”. Per più di un anno Abaad ha manifestato per la cancellazione dell’articolo 522, con diverse iniziative dal forte impatto visivo tra cui manifesti che raffigurano donne in abito da sposa e coperte di sangue: “Un abito bianco non nasconde lo stupro”, recita lo slogan.

L’abolizione della legge che permetteva il matrimonio riparatore rappresenta un importante passo avanti. Tuttavia, Libano deve fare ancora molta strada per garantire una legislazione che tuteli appieno i diritti delle donne e delle bambine, mettendo al bando il matrimonio precoce (nel Paese non è prevista un’età minima per il matrimonio) e sanzionando lo stupro quando questo avviene all’interno del matrimonio.

Eredità coloniale e patriarcato

Queste riforme sono il risultato di intense e coraggiose campagne di sensibilizzazione promosse dalle associazioni delle donne giordane, libanesi e tunisine. “Ma quello che molti ignorano è che queste leggi in Medio Oriente e nel Nord Africa risalgono al periodo coloniale”, spiega Rothna Begum, ricercatrice specializzata sui diritti delle donne per Human Rights Watch. Queste norme infatti derivano dal Codice Napoleonico del 1810, e vennero poi riproposte dal Codice Ottomano nel 1911.

L’impostazione patriarcale di queste società, unita allo stigma che segna le donne vittime di violenza (che spesso sono destinate a non trovare mai un marito), ha permesso la sopravvivenza della legge che condona lo stupro in caso di matrimonio tra la vittima e il carnefice. Una legge che – per alcuni avvocati – rappresenta paradossalmente una forma di tutela della vittima di violenza che rischia altrimenti di essere uccisa dalla famiglia per aver avuto rapporti sessuali al di furi del matrimonio. “Questa soluzione porta non sono all’impunità dello stupratore, ma intrappola donne e ragazze in un matrimonio che non hanno scelto e violenza -ribadisce invece Rothna Begum d Human rights watch -. Inoltre in questi casi viene permesso il matrimonio di ragazze minorenni anche in quei Paesi che proibiscono le unioni al di sotto dei 18 anni”.

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