Nigeria, una ragazza vittima delle violenze di Boko Haram © UNICEF/UN058882/Gilbertson VII Photo

“Stupri come arma di guerra”, la denuncia di Human Rights Watch

7 dicembre, 2017

Evelyne aveva solo 14 anni quando un gruppo di miliziani “anti-balaka” (letteralmente “anti-machete”, milizie cristiane che si sono formate nel 2013 nella Repubblica Centrafricana) l’hanno fermata per strada, aggredita e violentata. Due mesi dopo, Evelyne ha scoperto di essere incinta: “Ho dovuto interrompere gli studi. Ero arrabbiata perché non avrei più potuto andare a scuola. Mia zia (la sua sola parente ancora in vita, ndr) dice che devo prima dare alla luce il bambino”.

I civili -in modo particolare le donne- sono le prime vittime di un conflitto feroce, che dal 2012 devasta la Repubblica Centrafricana. Un conflitto che vede contrapposte milizie musulmane (“Seleka”) e milizie cristiane. “Entrambe le parti hanno fatto un uso sistematico degli stupri e della schiavitù sessuale come arma di guerra”, denuncia Hillary Margolis, ricercatrice per Human Rights Watch nella divisione dedicata ai diritti delle donne. L’uso dello stupro come arma di guerra è ampiamente diffuso in molti conflitti contemporanei. In generale, la violenza rappresenta uno stigma pesante le donne che l’hanno subita come, ad esempio, https://terredeshommes.it/futuro-boko-haram/.

Per queste ragazze e queste donne, le conseguenze della violenza non sono solo fisiche e psicologiche (cui, peraltro, spesso non viene nemmeno data una risposta). Devono fare i conti con emarginazione sociale, stigmatizzazione, umiliazioni. Spesso, chi è sposata viene ripudiata dal marito e lasciata sola a crescere i figli.Tra il 2013 e il 2017, Human Rights Watch ha documentato più di 300 casi di violenze e sequestri di donne e ragazze costrette a diventare schiave per i propri aguzzini. Si tratta però solo di una piccola parte, le reali dimensioni di questo fenomeno sono certamente molto più ampie.

Per le più giovani, la violenza segna la fine del percorso scolastico. Vuoi per la situazione di emarginazione in cui sono costrette, vuoi per il timore di subire nuove violenze. “Le ragazze sopravvissute alle violenze che riescono a tornare tra i banchi non hanno nessun supporto per poter continuare il proprio percorso formativo -denuncia Hillary Margolis-. Il governo, le agenzie internazionali dovrebbero impegnarsi maggiormente per garantire a queste ragazze l’accesso all’istruzione. Per le ragazze che sono state vittima di stupri o violenza di genere. “Dovrebbe essere garantita la possibilità di tornare a scuola, fornendo a queste ragazze supporto medico, socio-economico e psico-sociale”, scrive Margolis. Ultimo, ma non meno importante, uno sforzo per combattere la stigmatizzazione e l’emarginazione sociale, che condanna queste ragazze e i loro figli a un futuro di povertà.

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