(c) Karl Mancini

Tratta: le ferite dell’anima sono quelle più dolorose

8 febbraio, 2017

Fatima, Faith, Joy, Amina… sono i nomi di alcune delle ragazze, minori straniere non accompagnate, che abbiamo incontrato e assistito nei centri di prima accoglienza in Sicilia. Provengono da Nigeria, Gambia, Mali, Senegal, Eritrea, Somalia, ecc. dopo un lungo viaggio fatto anche di violenze e abusi, per questo subito dopo lo sbarco queste ragazze necessitano di un’attenzione e di un supporto psicologico specifico, data la loro condizione di particolare vulnerabilità, nei loro paesi d’origine così come durante il percorso migratorio e all’arrivo in Italia.
Molte di loro emigrano all’interno del circuito della tratta, in particolar modo le nigeriane, ma ci sono diverse minori provenienti dall’Africa Occidentale in fuga da matrimoni precoci (come, ad esempio, le ivoriane) e dalle Mutilazioni Genitali Femminili.Nell’ambito del progetto FARO Terre des Hommes intercetta la vulnerabilità psicologica dei minori e delle minori in Sicilia e fornisce loro un primo intervento di supporto psicologico e sociale, facendo una segnalazione all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni qualora emergano casi di sfruttamento nella tratta.

Elementi ricorrenti
Le storie che queste ragazze narrano risultano lacunose, in particolar modo per le minori nigeriane, e sono accomunate da elementi ricorrenti: la condizione di fragilità del tessuto economico, sociale e familiare al Paese d’origine, alla base della decisione – a volte forzata – di interrompere gli studi, la perdita di un genitore o di entrambi e dunque l’essere affidate a parenti della famiglia allargata con frequenti episodi di reiterate violenze fisiche e sessuali intrafamiliari ed extrafamiliari subite al paese d’origine.

Violenze nel percorso migratorio
A queste condizioni di fragilità e violenza si aggiungono quelle subite nel percorso migratorio, nel corso del quale sono esposte a violenze fisiche e sessuali nei campi di prigionia in Libia gestiti dai trafficanti (Beni Walid, Sabha, Sabratha) ed allo sfruttamento sessuale nelle cosiddette “connection house”. Spesso ne conseguono gravidanze indesiderate e l’esperienza di essere costrette ad interrompere la gravidanza, con vissuti di colpa e di sofferenza psicologica che permangono nel tempo.

Il linguaggio del corpo
Le loro anime sono indelebilmente ferite da tutta questa violenza; la sofferenza parla attraverso il linguaggio dei loro corpi: occhi spenti, sensazioni di impurità, atteggiamenti di sfida e provocatori nei confronti degli uomini, dolori al corpo, tristezza. Emergono sintomi post-traumatici quali dolori generalizzati nel corpo, cefalea, disorientamento spazio-temporale, vissuti di tristezza ed apatia, di irascibilità, insonnia, inappetenza; si evidenziano sentimenti di vergogna e di colpa e un senso di frammentazione identitaria che connota il loro modo di stare al mondo, così come disturbi d’ansia e depressivi. I loro corpi parlano, laddove le parole non permettono di esprimere l’assurdità di una violenza disumana e perpetrata da esseri umani.

Pelle “sporca”
Ricordo il comportamento di una minore subsahariana, che sosteneva di non aver subito violenze durante il viaggio, mentre cercava invano di pulire in modo ossessivo la propria pelle, strofinandola con una forza eccessiva. Sosteneva che la sua pelle “era sporca, diversa da prima”. Un sentimento di colpa ed impurità, di perdita del senso di sé, che necessita di uno spazio di elaborazione psicologica per essere condiviso ed integrato e consentire un recupero della propria coesione identitaria, come persona e donna degna di valore.

Necessari interventi mirati
La condizione di vulnerabilità delle minori mette in luce la necessità di una protezione ulteriore rispetto ai loro coetanei maschi e di interventi integrati e tempestivi che operino in tale direzione, mediante il coordinamento di tutti gli attori coinvolti. A partire da loro, che non devono essere solo considerate vittime, ma anche come persone attive, che emigrano spesso con la volontà di proseguire gli studi, di trovare un lavoro in Italia per inviare denaro alla famiglia d’origine, di ricongiungersi a un parente; ragazze insomma che hanno una progettualità migratoria definita e risorse specifiche.

Intercettare i comportamenti non verbali
L’attività di accoglienza, rivolta a tutti i minori stranieri non accompagnati presenti nei centri con i quali Terre des Hommes collabora, e le attività psicosociali finalizzate ad una prima integrazione dei minori (laboratori di orientamento geografico, corsi di alfabetizzazione in lingua italiana, ecc.), sono fondamentali al fine dell’intercettazione delle vulnerabilità delle minori migranti. Così come l’osservazione delle dinamiche informali all’interno di tali contesti, che consente un’intercettazione dei comportamenti non-verbali che evidenziano la vulnerabilità delle minori. I colloqui di sostegno psicologico sono finalizzati alla raccolta della storia delle minori e a fornire un primo contenimento empatico allo loro sofferenza, sostenendone le risorse, personali e sociali. In seguito, Terre des Hommes segnala le situazioni di vulnerabilità riscontrate tramite relazioni psicologiche indirizzate alle autorità competenti, al fine di sollecitarne il trasferimento e richiedere un prosieguo della presa in carico psicologica nelle strutture di destinazione.

Ascolto, primo atto di cura
La condivisione delle storie raccolte, realizzata con le minori, laddove possibile nei limiti temporali del trasferimento, risulta un importante primo atto di cura. Così come la trasmissione delle relazioni di vulnerabilità psicologica, che, seguendo le minori nel loro percorso all’interno del sistema di accoglienza, ne evitano un’ulteriore frammentazione. Mantenere un atteggiamento di rispetto dei tempi delle minori – necessari per sviluppare una relazione di fiducia, minata nell’esperienza delle violenze subite – e delle verità non dette mediante le parole, è fondamentale all’interno di un percorso psicologico che intende sostenerle nel riconoscimento della loro dignità di persone.

Marianna Cento, psicoterapeuta e field coordinator del progetto Faro di Terre des Hommes, Ragusa

Foto: Karl Mancini

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