“Gli uomini deridono le donne che hanno la clitoride.” Così ha chiuso la discussione la nonna di Carla alle sue proteste per aver praticato di nascosto una mutilazione genitale sulla figlia di 6 mesi.
“La bambina stava sanguinando e aveva la febbre, volevo portarla a un centro medico ma pioveva e c’era tanta strada da fare. Alla fine mia madre, che è levatrice ma si oppone alle mutilazioni, ha provato a curarla con le piante medicinali e si è salvata”.
A distanza di quattro anni, però, la bambina soffre ancora di dolori e infezioni frequenti, sottolinea Carla.
Non ci troviamo in Somalia o Eritrea, ma in Colombia, dove da anni emergono casi di “ablaciónes” (mutilazioni) su bambine emberá, una comunità indigena di circa 300.000 persone che è presente anche in Ecuador e a Panama.
Grazie agli sforzi di alcune coraggiose donne di questa etnia sta cadendo il velo di silenzio su questa pratica e il 10 giugno 2026 il Senato colombiano ha approvato una legge (la n.444) contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), rendendo la Colombia il primo Paese dell’America Latina che si dota di norme specifiche sul tema.
Questo risultato è storico anche per il percorso che lo ha reso possibile. Le donne indigene hanno per anni guidato attività di sensibilizzazione e advocacy chiedendo allo Stato colombiano di riconoscere le MGF come una violazione dei diritti umani e di adottare misure concrete per prevenirle ed eliminarle.

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Il loro contributo è stato determinante per arrivare a una legge che andasse oltre a un approccio esclusivamente punitivo, adottando invece una prospettiva interculturale e intersezionale, preventiva e basata sui diritti, costruita attraverso il dialogo con le comunità.
Le prossime sfide
Per diventare uno strumento effettivamente applicabile la legge 444 deve essere promulgata dal Presidente della Repubblica.
Secondo le promotrici la sfida principale sarà l’attuazione della legge per la quale il governo dovrà garantire risorse adeguate, percorsi di assistenza, formazione istituzionale, campagne di sensibilizzazione e un lavoro diretto con le comunità in cui si registrano ancora casi di mutilazione genitale femminile per favorire un cambio culturale.
Infatti, tra i gruppi in cui si pratica l’ablazione, gli Emberá Chamí, Katío e Dobidá, molti membri ritengono che essa faccia parte della loro cultura ancestrale. La chiamano “curación” (guarigione), perché si teme che dalla clitoride possa crescere un pene se non viene tagliato.
Questa credenza deriva da un racconto tradizionale che parla della nascita di una bambina intersessuale, con entrambi gli organi genitali maschili e femminili, un segno considerato di sfortuna e disgrazia.
Inoltre, essendo una società patriarcale, in molti ritengono che una donna dotata di un organo che procura piacere tenda ad essere promiscua e una cattiva moglie.
Ma tradizioni come questa stanno mietendo centinaia di vittime. Secondo Equality Now tra il 2020 e il 2025 sono stati documentati in Colombia 204 casi, di cui 177 hanno coinvolto bambine anche piccolissime, principalmente nelle regioni di Risaralda e Chocó. Mentre il sommerso può essere molto maggiore.
Juliana Domico, una delle leader indigene che ha portato avanti le istanze che hanno portato alla legge, si oppone a questa visione: “L’ablazione è il risultato dell’ignoranza anatomica e del machismo, non della cultura. Siamo i nostri abiti, i nostri oggetti artigianali, le nostre danze e la nostra lingua, non una pratica che uccide. La cultura non uccide”.
Uscendo dal Senato dopo l’approvazione della legge ha dichiarato: “Ora possiamo iniziare a raggiungere territori più remoti che prima non potevamo avvicinare e coinvolgere più persone per il cambiamento. Si tratta di un debito storico che lo Stato colombiano ha nei confronti del nostro popolo”.