Abbiamo incontrato Natalia Guerrero Fernández, sessuologa clinica cilena e docente di educazione sessuale in vari ambiti accademici, anche universitari, in Cile, Spagna e Italia. È esperta di educazione sessuale informale e ha portato avanti molte azioni di advocacy per la modifica delle leggi cilene che limitano i diritti sessuali e riproduttivi e per promuovere il rispetto della diversity.
Quando hai pensato di intraprendere questo percorso?
“Sono nata nel deserto di Atacama, in un paesino minerario sperduto che sembra uscito da un romanzo di García Márquez e dove, nel 1988, i vicini del mio palazzo, in mezzo al nulla, hanno messo una parabolica che ci permetteva di vedere canali tv di tutto il mondo. Mi ricordo che un giorno mi è capitato di vedere sulla tv argentina una trasmissione dove c’era una sessuologa che parlava di diritti sessuali, di piacere… Rimasi affascinata da quel personaggio, dai suoi discorsi, e decisi che quello sarebbe diventato il mio mestiere. Avevo solo 8 anni e da allora mi misi a fare domande sulla sessualità alle persone che conoscevo, tra cui mia nonna.
Lei non fu contenta: mi disse che questo era un argomento molto sporco, che non si doveva parlarne. Poi, alle mie insistenze, si convinse: mi raccontò che lei, quando si era sposata, pensava che avrebbe dovuto fare sesso con mio nonno solo la prima notte di nozze. Quindi per lei i successivi rapporti sessuali erano stati un incubo. Questo racconto rafforzò la mia decisione: avrei fatto questo nella vita, perché persone come mia nonna non soffrissero più”.
L’approccio con la nonna ha funzionato. Cos’altro ti sei dovuta inventare per parlare di educazione sessuale con la gente?
“Quando ho iniziato a fare educazione sessuale in Cile, e anche durante il mio soggiorno in Italia una quindicina di anni fa, questi argomenti erano ancora un tabù, quindi ho dovuto inventare delle strategie per fare accettare più facilmente ai miei interlocutori un dialogo su questi temi.
Per esempio partendo da corsi di trucco, durante i quali si finisce per parlare di benessere sessuale, di piacere, di accettazione del proprio corpo, ma anche di violenze subite. Questo tipo di educazione sessuale informale è importantissimo, perché esce dalle sedi in cui si immagina che debba essere insegnata e diventa un momento di scambio, di dialogo e di ascolto, durante il quale anch’io imparo nuove cose.
Adesso in Cile le cose sono molto cambiate: tra i giovani, ma anche tra molti adulti, si parla molto più liberamente di sessualità, in tutte le sue accezioni. Certo rimangono delle resistenze, ma ho capito che con il giusto approccio si può istaurare un dialogo con chiunque, anche con chi la pensa in maniera diametralmente opposta a me.
In questi anni ho creato due organizzazioni che si occupano di educazione sessuale: prima Multiverso nel Nord del Cile e poi ETSex, Scuola Transdisciplinaria di Sessualità a Santiago, soprattutto per medici, psicologi, insegnanti, antropologi, sociologi, ecc., offrendo loro delle conoscenze che non avevano potuto approfondire all’università su, appunto, sessualità, genere, stereotipi e disuguaglianze, neurodiversità, colonialismo. Abbiamo formato più di 600 persone che adesso lavorano nei servizi di base, per esempio nei consultori familiari o scolastici.
Nella pratica clinica applichiamo il principio di salute sessuale solidale: ogni paziente paga quanto può. In questo modo vogliamo compensare l’assenza di programmi di salute sessuale, secondo i principi di giustizia erotica, offrendo a tutti un supporto di qualità e non discriminatorio”.
Parlavi di approcci per smantellare la resistenza verso l’educazione sessuale: puoi spiegarlo meglio?
“Ti faccio un esempio: in America Latina sono molto diffuse alcune chiese evangeliche, con una visione molto antiquata di quello che dev’essere la sessualità. A volte incontro madri che da principio quasi si rifiutano di parlare con me, in chiesa le hanno indottrinate dicendole di evitare questi temi soprattutto con una donna con il mio aspetto. Ma poi, quando fai capire loro che vogliamo tutte e due il bene delle loro figlie e figli, cominciano ad aprirsi. Se parliamo della necessità di prevenire gli abusi sessuali sui minori nessuno può dirsi in disaccordo, anche la persona più bigotta.
Se ho un figlio o una figlia non binario/a o trans, che viene bullizzato a scuola e che perciò rischia di essere bocciato, che magari ha anche tentato il suicidio, come faccio io madre a non volere capire quello che gli sta succedendo? Davanti a queste sofferenze, con la giusta sensibilità, l’empatia e la capacità d’ascolto è possibile sgretolare i muri dei pregiudizi e riuscire a dare un supporto alle famiglie e alle bambine e bambini.
I casi dei tentati suicidi tra i minorenni LGBTQ+ sono tantissimi, nel 2018 una ricerca aveva rilevato che quasi l’80% di loro ci aveva provato. Adesso la percentuale sicuramente si è abbassata, anche perché c’è una norma (su cui ho lavorato anch’io) per la quale nella scuola la/il bambina/o gay, lesbica o trans deve essere rispettato, lo si deve nominare con il nome che ha scelto e che riflette la sua identità, può mettere la divisa scolastica con la quale si sente più a suo agio e può andare nel bagno che preferisce. Grazie a questo cambiamento l’abbandono scolastico delle persone trans si è molto ridotto e oggi possiamo godere del fatto che non solo finiscano la scuola, ma che finiscano l’università e occupino i più diversi ruoli possibili, inclusi ruoli che prima sembravano impossibili, come lavorare a scuola o addirittura in parlamento”.
L’educazione sessuale è obbligatoria nelle scuole cilene?
“No, non ancora. Esiste un movimento molto organizzato che si chiama Con mis hijos no te metas (Non immischiarti dei miei figli) che ostacola l’adozione dell’educazione sessuale nelle scuole, è sostenuto dalla destra e da vari rappresentanti delle religioni. Nella loro visione, purtroppo rinforzata dalla nostra costituzione scritta durante la Dittatura di Pinochet, i bambini sono considerati proprietà dei genitori, quindi sono loro che decidono. Eppure, come sappiamo, la maggior parte delle violenze sessuali sui bambini avviene in ambito familiare o da adulti che frequentano la famiglia. Infatti, i leader di questo movimento sono stati denunciati dai propri figli per violenza psicologica e sessuale, ma di questo da noi si parla poco perché i mass media sono in mano loro.
Visto che non siamo ancora riusciti a far varare una legge che renda obbligatoria l’educazione sessuale adesso stiamo spingendo una norma che obblighi le scuole a fare prevenzione della violenza contro i bambini e le bambine. Attraverso questa cercheremo di far capire che l’educazione sessuale è uno strumento di difesa delle bambine e delle ragazze, ma anche dei bambini e dei ragazzi. E che c’è bisogno che siano persone appositamente formate a farla, e non solo i genitori, visto l’alto tasso di violenze familiari che si registrano ancora nel nostro Paese”.