Secondo le previsioni dell’Unicef, le ragazze che rischiano di essere sottoposte alle MGF nel 2026 sono oltre 4,5 milioni. Entro il 2030, le ragazze che potrebbero subire la stessa pratica sono invece 22,7 milioni. Numeri che certificano il fallimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Onu di eliminare le mutilazioni genitali femminili entro la fine di questo decennio.

Nel mondo, le donne costrette a convivere con le conseguenze di questa pratica sono oltre 230 milioni. La maggior parte, 140 milioni, sono concentrate in Africa, in particolare nei paesi dell’area subsahariana. Oltre 60 milioni, invece, sono le donne vittime di MGF in Asia, con una forte prevalenza in Indonesia e Malaysia.

Ma nessuna area del mondo è esclusa da questo fenomeno: in Europa le donne sopravvissute a questa forma di violenza sono oltre 600mila, con più di 190mila ragazze considerate a rischio. E il trend non sembra mostrare miglioramenti significativi: le Nazioni Unite ritengono che, dei 31 Paesi monitorati a livello globale, solo sette abbiano intrapreso un percorso reale di contrasto a questo fenomeno.

La soglia della tortura

Kadijatu Balaima Allieu è una giovane donna della Sierra Leone. A 28 anni è stata sottoposta con la forza a mutilazione genitale dopo una disputa con una donna appartenente alla Bondo Society, potente società segreta femminile che sottopone a questa pratica le bambine e le ragazze come rito di passaggio verso l’età adulta.

Nell’agosto 2025 la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, esaminando la sua denuncia, ha condannato il governo della Sierra Leone per non aver criminalizzato la pratica, definendola “una delle peggiori forme di violenza contro le donne” che “raggiunge la soglia della tortura“.

A molti mesi di distanza, però, la Sierra Leone resta ancora senza una legge che metta esplicitamente al bando le mutilazioni genitali femminili. Paradossalmente, il Child Rights Act, approvato a luglio 2025, proibisce ogni forma di violenza contro i bambini ma non contiene alcuna disposizione che imponga una multa, una sanzione o una punizione specifica per questa pratica.

Conquiste a rischio

Il caso della Sierra Leone non è isolato. In Africa occidentale, su 18 Paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono documentate, ben quattro non hanno ancora norme che le vietano esplicitamente. Oltre alla Sierra Leone, questi paesi sono Ciad, Mali e Liberia. E un movimento contro il divieto di questa pratica sembra emergere anche in paesi considerati avanzati su questo fronte, come Gambia e Kenya.

Emblematico il caso della Liberia, con il presidente Joseph Boakai che, nel settembre 2025, aveva annunciato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite una nuova legge, presentando in Parlamento il “Women and Girls Protection Act”. Nonostante l’ampio consenso della società civile, però, la Camera ha di fatto bloccato i lavori e alcuni deputati si sono espressi apertamente contro il provvedimento.

La stessa contrarietà si ritrova anche in Gambia, dove una legge contro le MGF è in vigore dal 2015. Nel gennaio 2024, un deputato gambiano ha presentato una proposta per abrogarla. Tentativo fallito grazie alla mobilitazione della società civile ma, all’inizio del 2026, gruppi conservatori hanno impugnato la legge davanti alla Corte Suprema, sostenendo che il divieto violi i diritti costituzionali alla libertà culturale e religiosa.

Motivazioni simili emergono anche in Kenya, paese che ha ridotto l’incidenza delle MGF dal 22% nel 2014 al 15% nel 2022. Nonostante i progressi, però, numerose inchieste giornalistiche del 2026 hanno evidenziato come, in alcune aree geografiche del Paese, questo fenomeno sia in aumento. A favorirne la diffusione è la pratica della ‘medicalizzazione’ dell’intervento, ovvero la mutilazione effettuata da medici in cliniche private, che coinvolge sempre di più anche le donne adulte.

I costi dei tagli

Ma a minare i progressi nella lotta contro le MGF non sono solo dinamiche interne ai singoli Paesi. Il Programma congiunto delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili ha registrato un calo dei fondi a disposizione del 45%, passando da 29,6 milioni di dollari nel 2024 a 16,3 milioni del 2025.

Il taglio degli aiuti internazionali mette a rischio di MGF 4,5 milioni di bambine e ragazze nel 2026

Eppure, secondo quanto calcolato da UNWomen ogni dollaro investito per porre fine alle mutilazioni genitali femminili genera un ritorno dieci volte superiore. Un investimento di 2,8 miliardi di dollari potrebbe prevenire 20 milioni di casi di mutilazioni genitali femminili e generare 28 miliardi di dollari di benefici economici.

Infatti, attualmente i sistemi sanitari si trovano a sostenere un costo annuo enorme, stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in 1,4 miliardi di dollari per il trattamento delle complicazioni causate dalle mutilazioni genitali. Costi che, se il fenomeno non si arresta, sono destinati ad aumentare del 50% entro il 2050.

Ma i progressi continuano

Nonostante la situazione difficile, però, nell’ultimo anno si sono registrati anche progressi nella lotta alle Mutilazioni Genitali Femminili. Oltre al caso della Colombia di cui vi avevamo parlato qualche mese fa , infatti, sono diversi i paesi che hanno rafforzato il loro impegno.

Un caso è quello di Gibuti, dove circa il 93% delle donne e delle ragazze tra i 15 e i 49 anni è stato sottoposto a una forma di mutilazione genitale femminile. Nel 2025 il Paese ha adottato emendamenti costituzionali che rafforzano esplicitamente il divieto delle MGF, consolidando le tutele giuridiche in un contesto di crescente opposizione alla pratica da parte delle comunità e delle autorità religiose.

Anche la nuova Costituzione della Guinea, adottata il 21 settembre 2025, sancisce il divieto esplicito delle mutilazioni genitali femminili, rafforzando la tutela dei diritti delle donne e delle bambine. Qui la percentuale delle ragazze e donne di età compresa tra 15 e 49 anni vittime di MGF è pari al 95%. In Somalia, invece, dove l’incidenza delle MGF è pari al 99%, gli studiosi islamici hanno emesso una fatwa nazionale che conferma l’assenza di qualsiasi fondamento religioso a sostegno delle mutilazioni genitali femminili.

Da segnalare, infine, la decisione del Connecticut, negli Stati Uniti, che il 28 aprile 2026 ha votato all’unanimità una legge (Senate Bill 259) che vieta a livello statale la pratica e introduce severe misure di tutela per le vittime minorenni e procedure processuali facilitate. La scelta di votare questo testo da parte di uno stato che solitamente non è collegato a questo fenomeno indica però come la pratica delle mutilazioni genitali femminili si stia ancora diffondendo a livello globale.

Anche in Italia MGF in aumento

Anche l’Italia non è esclusa da questo fenomeno. Uno studio condotto dall’Università di Bologna e dall’Università di Milano Bicocca stima che nel nostro Paese, al primo gennaio 2023, siano circa 88.600 le donne che hanno subito mutilazioni genitali, un dato in aumento dell’1% rispetto alle stime pubblicate da un analogo studio nel 2019.

Le MGF sono più diffuse tra le donne over 50 e il loro numero si riduce progressivamente nelle fasce d’età più giovani: un segnale incoraggiante, secondo le ricercatrici, ma che non deve portare ad abbassare la guardia. Le bambine under 15 potenzialmente a rischio di mutilazioni genitali sono stimate in circa 16mila, in particolare quelle di origine egiziana, nigeriana e senegalese.

I fattori che proteggono le più giovani, secondo lo studio, sono l’istruzione, l’anzianità migratoria, il luogo di nascita e l’essere di seconda generazione. In altre parole: più una ragazza cresce in Italia, più è probabile che sfugga al “taglio”. Si evidenzia, però, che la protezione non è automatica né garantita: dipende anche da quanto le comunità riescono a confrontarsi apertamente su un tema che, come racconta chi lavora sul campo, spesso resta avvolto nel silenzio anche all’interno delle famiglie stesse.

 

 

 

 

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