Affido familiare: un percorso di conoscenza di sé

Che cos’è l’affido familiare? Cosa significa per una famiglia accogliere un bambino in casa, amarlo e curarlo e poi doverlo lasciare? Lo raccontano i coniugi Vecchiato, una delle 20 famiglie che, grazie al progetto Promozione Intervento Multilivello di Protezione Infanzia di cui Terre des Hommes è capofila, sono state accompagnate dagli operatori della cooperativa COMIN nel percorso di affido.

 

“Non avevamo mai fatto un incontro con uno psicologo, né con un assistente sociale; parlare con loro ci ha aiutato moltissimo a prendere coscienza di quello che siamo. Già questo è stato un grande valore aggiunto per la nostra famiglia”.  A parlare è Simona Mauri, moglie di Mauro Vecchiato e madre di 5 splendide ragazze, che quattro anni fa ha aperto la sua (numerosa) famiglia all’accoglienza di bambini in affido. “Io e mio marito abbiamo sempre avuto il desiderio di una famiglia aperta, da giovani volevano andare a convivere con altre coppie ma poi il progetto è tramontato. L’esperienza dell’affido famigliare è arrivata per caso, senza che la cercassimo davvero, ma abbiamo capito subito che faceva per noi”.

E’ successo tutto al parco giochi, dove Simona portava le sue figlie all’uscita dall’asilo. Una ragazza che era lì ha ricevuto una richiesta urgente per l’inserimento in famiglia di una bimba di 9 anni. “Qualcosa è scattato immediatamente in me” racconta Simona “ho capito che quella era una cosa che potevamo fare”.

Così i coniugi Vecchiato si sono messi a disposizione con entusiasmo, iniziando un percorso con la cooperativa sociale Comin, ma la strada è stata lunga. “Il primo incontro con l’operatrice è stato molto importante – continua Simona – ricordo perfettamente le sue parole:Lo scopo non è salvare un bambino e distruggere una famiglia’. Abbiamo capito che la scelta andava ponderata bene, soprattutto avendo già 5 figlie, e anche che ognuno ha il suo valore indipendentemente dall’accoglienza che fa. Abbiamo sentito che psicologi e operatori erano al nostro servizio e non viceversa”

Così il percorso continua fino all’arrivo dell’agognato “bollino”, come lo chiama scherzosamente Simona. “Siamo stati definiti ‘abbinabili’, mi è piaciuta subito questa parola, mi è piaciuta l’idea di essere abbinata a qualcuno”

L’affido familiare è, prima di tutto, un servizio per la famiglia di origine

E così arriva il piccolo Marco (nome di fantasia), un bimbo di appena un mese, con una famiglia disastrata alle spalle. Doveva essere una accoglienza temporanea, come sono tutti gli affidi familiari, in modo che la famiglia di origine avesse il tempo di ricostruirsi, ma la situazione era tale che dopo un anno e mezzo Alessandro ha dovuto essere dato in adozione.

Così mamma Simona e papà Mauro dopo aver accolto, curato e cresciuto il piccolo Marco l’hanno visto andare via. Non è una cosa terribile? “Certamente fa male” dice Simona con voce pacata “ma il distacco è stato preparato lungamente con le operatrici e gli psicologi e sapere che questo era il bene del bambino, che la famiglia adottiva lo aspettava ci ha aiutato molto. E ha aiutato sicuramente anche lui.  Ad esempio una cosa importante, che all’inizio a me sembrava crudele,  è che ad Alessandro non è mai stato insegnato di chiamarmi mamma, perché doveva sapere che la sua mamma era un’altra”

Oltre agli incontri periodici con gli operatori i coniugi Vecchiato hanno sempre partecipato anche a incontri di scambio con le altre famiglie affidatarie della rete organizzata da Comin “importantissimi per confrontarci e non sentirci soli, esprimere le nostre paure e spesso capire che erano le stesse che provavano gli altri “

Dopo la partenza di Marco è arrivata Maria, una bimba di 4 mesi con un problema di spina bifida. Per il primo mese mamma Simona ha dovuto fare avanti e indietro dall’ospedale tutti i giorni, poi finalmente nel mese di maggio ha potuto portarla a casa e curarla fino a che è stata trovata una famigli adottiva anche per lei. Un impegno gravoso e un altro distacco straziante, eppure “La fatica è sempre stata superata dalla bellezza di accogliere un bambino così bisognoso. Non abbiamo mai avuto dubbi su questo”.

Sono 20 le famiglie risorsa che,  grazie al progetto Promozione Intervento Multilivello di Protezione Infanzia, di cui Terre des Hommes è capofila, verranno accompagnate dagli operatori della cooperativa COMIN, come Simona e Mauro, nel percorso di affido

I numeri dell’affido familiare

L’ultimo Report ufficiale del Ministero del Lavoro certifica a fine 2019 la presenza sul territorio nazionale di 27.608 minori collocati fuori famiglia (al netto dei minori stranieri non accompagnati), di cui 13.555 bambini in affidamento familiare e 14.053 accolti in servizi residenziali per minorenni. L’affidamento  familiare riguarda l’1,4 per mille della popolazione minorile residente in Italia, numeri ancora piccolissimi in realtà, nonostante le polemiche emerse qualche anno fa dopo il caso Bibbiano.  Sempre dai dati del Report emerge che sono ancora più numerosi i bambini collocati nei servizi residenziali che quelli accolti in famiglia.

Ma quali sono le difficoltà più rilevanti nell’esperienza dell’affido, secondo i coniugi Vecchiato?

Simona non ha dubbi: “Trovarsi di fronte a una cosa totalmente nuova, i continui dubbi su cosa va fatto e cosa non si deve fare, la fatica fisica, la paura di togliere tempo ai propri figli…” ma ribadisce “l’affiancamento degli operatori e delle altre famiglie è assolutamente fondamentale”

Quali consigli per chi si avvicina all’esperienza?

Non avere paura di non essere abbastanza capaci, abbastanza pronti, abbastanza buoni. Si va bene così come si è” dice Simona “E soprattutto la coscienza di non essere soli. Il percorso che si fa con l’associazione è qualcosa che dà valore a te a alla tua famiglia e ti aiuta a capire meglio chi sei”

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