Li chiamano “orfani bianchi”, ma non sono orfani. Questo termine è stato coniato una ventina d’anni fa per indicare bambini e ragazzi che restano nel loro Paese d’origine (di solito nell’Est Europa o in America Latina) mentre i genitori lavorano all’estero.
A crescerli sono solitamente i nonni o altri familiari, mentre la madre o il padre (o entrambi) sono andati alla ricerca di un lavoro in un altro Paese. Questo permette loro di mandare soldi a casa, ma non sono presenti nella vita dei loro figli.
L’espressione “orfani bianchi” si è diffusa in Italia all’inizio degli anni Duemila, quando l’ingresso della Romania nell’Unione europea ha fatto crescere i flussi migratori dal Paese verso l’Italia. Secondo stime Unicef, citate allora dalla stampa, c’erano almeno 350mila minori in Romania con almeno un genitore all’estero e 100mila in Moldavia.
La ricerca internazionale, tuttavia, quando affronta questo fenomeno preferisce parlare di “left-behind children”, ovvero “bambini lasciati indietro”. Una formula che non colpevolizza chi parte.
Questo fenomeno tocca da vicino anche l’Italia: molte di quelle madri, infatti, lavorano nelle nostre case come colf o badanti. Nel 2025 i lavoratori domestici regolari erano 804.464: quasi sette su dieci stranieri, un terzo dall’Europa dell’Est.
Ma è difficile stimare quante siano le donne che sono partite senza i figli. Inoltre, con il passare del tempo e con la stabilizzazione della propria condizione lavorativa molte di loro si sono fatte raggiungere dai figli.
Chi sono i figli dei genitori migranti
Non è un fenomeno solo est-europeo, né solo del passato. In Cina ci sono circa 60 milioni di bambini che vivono nelle aree rurali del Paese e vengono cresciuti da nonni o altri familiari perché i loro genitori si sono trasferiti nelle grandi città, dove hanno trovato lavoro.
In termini relativi, significa che nelle aree rurali della Cina un terzo dei bambini e degli adolescenti cresce senza uno o entrambi i propri genitori. Ma il fenomeno riguarda anche le aree rurali delle Filippine (27%), dell’Ecuador (36%) e del Sudafrica (40%).
In Europa l’invasione russa dell’Ucraina e il conseguente flusso di persone in fuga dal conflitto ha aggiunto un capitolo nuovo.
Dall’Ucraina sono fuggiti soprattutto donne e bambini, mentre i padri sono rimasti nel Paese, dove è in vigore la leva obbligatoria. Secondo un’analisi della John Smith Trust, il 30% dei bambini partiti con un solo genitore ha perso ogni contatto con l’altro.
L’impatto psicologico della separazione prolungata
Questa separazione prolungata ha un peso sul benessere dei minori. Un’analisi condotta dalla rivista scientifica “Lancet” ha esaminato 111 studi su quasi 265mila bambini e ragazzi in paesi a basso e medio reddito: “Rispetto ai figli di genitori non migranti, i bambini e gli adolescenti rimasti nel Paese d’origine presentavano un rischio maggiore di depressione e punteggi più elevati nelle scale di valutazione della depressione”, si legge nell’abstract dello studio che conclude sottolineando come la migrazione dei genitori danneggi la salute dei figli “senza benefici dimostrati”.
Sono fenomeni ovviamente complessi, su cui incidono diversi fattori: chi parte (se il padre o la madre), la cultura del Paese d’origine e il modo in cui la famiglia si riorganizza per affrontare il progetto migratorio di uno o più dei suoi membri.
Rispetto a una ventina d’anni fa, una cosa è cambiata davvero: l’accesso agli smartphone e alla rete internet. Oggi un genitore emigrato può contattare più facilmente e a costi decisamente più accessibili i figli rimasti nel villaggio o nella città d’origine.
Il ruolo dei nonni e della famiglia allargata
Quando i genitori partono, sono quasi sempre i nonni a farsi carico dei figli: li accudiscono nella quotidianità, li accompagnano a scuola, preparano i pasti. Cercano, per quanto possibile, di fare le veci di madri e padri che lavorano lontano e inviano i soldi con cui pagare le spese di casa e la retta della scuola.
Ma questo carico di lavoro ha un prezzo anche sul benessere delle generazioni più anziane. In Cina, i nonni che vivono soli con i nipoti presentano più sintomi depressivi rispetto ai coetanei con un carico di cura più leggero (poche ore di babysitteraggio a settimana). E i sintomi crescono con l’intensità dell’accudimento richiesto.
Sostenere il ricongiungimento familiare
Chi lascia la propria famiglia per cercare un lavoro in una grande città o in un Paese straniero solitamente immagina un’esperienza breve: pochi anni di intenso lavoro e risparmiare il più possibile per rientrare a casa e iniziare una vita migliore.
Ma nella maggior parte dei casi, i “pochi anni” di lavoro diventano molti. Talvolta una vita intera. Ed ecco che nasce una nuova esigenza: farsi raggiungere dai figli.
Nei Paesi dell’Unione europea la normativa in materia di ricongiungimento familiare prevede che il richiedente abbia un alloggio adeguato oltre a risorse stabili, regolari e sufficienti. Ma i lavoratori stranieri sono – generalmente – impiegati in impieghi poco remunerativi e spesso precari. Inoltre il crescente costo degli affitti nelle grandi città (dove si concentrano maggiori opportunità di lavoro) rende sempre più difficile avere case adeguate. Condizioni che rendono sempre più difficile ottenere il ricongiungimento in tempi ragionevoli.
Il risultato è un paradosso: chi svolge lavori di cura, spesso poco pagati e precari, è proprio chi fatica di più a dimostrare il reddito stabile e la casa adeguata che servono per riavere con sé i propri figli.
E il ricongiungimento non è un lieto fine automatico: più lunga è stata la separazione, più è difficile ricostruire i legami familiari.
Anche quando il viaggio va a buon fine, ritrovarsi è difficile. Nel 2018 la radio pubblica statunitense NPR ha seguito due sorelle arrivate da El Salvador per raggiungere la madre negli Stati Uniti. Genitori e figli arrivano all’incontro con aspettative altissime e la delusione -purtroppo- è frequente. Sempre nell’intervista a NPR, la psicologa Carola Suárez-Orozco, che studia da anni questi ragazzi, spiega che più lunga è la separazione, più forti sono i problemi, soprattutto l’ansia. Ci sono voluti ben due anni dopo il ricongiungimento affinché le sorelle iniziassero a sentirsi a casa.
Inoltre, le aspettative di genitori e figli si scontrano spesso con la realtà. Nel Paese d’origine, grazie alle rimesse, molti di questi ragazzi raggiungono un tenore di vita prima impensabile e sono considerati benestanti dai coetanei. Arrivati in Europa o negli Stati Uniti, sognano un contesto più ricco e trovano altro: quartieri periferici, case piccole, genitori impegnati in lavori faticosi e poco remunerativi. E, a volte, lo sguardo diffidente di chi li vede solo come “ragazzi stranieri” da cui tenere le distanze.
Sostenere davvero il ricongiungimento significa quindi:
- tempi certi e procedure più rapide;
- requisiti che tengano conto dei salari reali del lavoro di cura;
- accoglienza scolastica e insegnamento dell’italiano per chi arriva;
- supporto psicologico e mediazione per tutta la famiglia, prima e dopo il ricongiungimento.
Terre des Hommes è impegnata in centinaia di progetti di emergenza, aiuto umanitario e cooperazione allo sviluppo in 21 Paesi del mondo, di cui ne beneficia quasi un milione di persone, soprattutto bambine e bambini.
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