Salute mentale rifugiati: il trauma del viaggio e della guerra

La salute mentale dei bambini rifugiati e delle loro famiglie

A fine 2024 erano circa 49 milioni i bambini e gli adolescenti sotto i 18 anni costretti a vivere lontano dalle proprie case a causa di guerre, violenze e crisi umanitarie. Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e Unicef, tra il 2010 e il 2024 il numero di bambini costretti alla fuga nel mondo è quasi triplicato, passando da circa 17 milioni a 48,8 milioni.

Non si tratta dei soli minori costretti alla fuga nel corso del 2024, ma del numero complessivo di bambini e adolescenti che, alla fine dell’anno, vivevano ancora in condizioni di sfollamento, come richiedenti asilo o rifugiati a causa di conflitti o violenze iniziati anche molti anni prima.

Inoltre, tra il 2018 e il 2024 oltre 2,3 milioni di bambini sono nati in un campo profughi o in un centro di accoglienza, mentre le loro famiglie vivevano già lontane dal proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni.

La maggior parte di questi minori (circa 29 milioni) è sfollata all’interno del proprio Paese: famiglie che si spostano in altre regioni nel tentativo di sfuggire ai combattimenti, spesso nella speranza di poter rientrare a casa nel giro di pochi mesi. Altri 19 milioni circa, invece, hanno attraversato un confine internazionale per chiedere asilo o protezione in un altro Stato.

Quasi il 90% dei bambini rifugiati nel mondo proviene da appena dieci Paesi. Afghanistan e Siria restano i luoghi dove ci sono le principali crisi umanitarie: nel 2024 i minori afghani costretti alla fuga erano circa 2,8 milioni (19% del totale globale), mentre quelli siriani erano 2,7 milioni (18%).
Seguono Venezuela (1,9 milioni), Ucraina (1,4 milioni), Sud Sudan (1,3 milioni) e Sudan (1,1 milioni). Tra i principali Paesi di origine figurano inoltre Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Repubblica Centrafricana.

La salute mentale dei bambini rifugiati e delle loro famiglie

I bambini e gli adolescenti rifugiati vivono spesso esperienze traumatiche prima, durante e dopo la fuga:

  • nel Paese d’origine subiscono le conseguenze dirette di conflitti, violenze e crisi umanitarie: essere coinvolti direttamente in combattimenti o la morte di genitori o familiari, l’instabilità ed essere costretti alla fuga sono elementi profondamente destabilizzanti;
  • il percorso verso un altro Paese può essere pericoloso e segnato da ulteriori violenze, sfruttamento (anche lavorativo), separazioni dai familiari e lunghi periodi trascorsi in campi profughi o in contesti privi di stabilità.
  • anche dopo l’arrivo nel Paese ospitante, molti minori rifugiati devono affrontare nuove difficoltà: isolamento sociale, difficoltà linguistiche, perdita dei riferimenti culturali e inserimento in ambienti sconosciuti.

Secondo Unicef l’impatto psicologico della fuga varia anche in base all’età e alla fase dello sviluppo: “L’esposizione alla violenza nei primi anni di vita, quando il cervello e i sistemi emotivi sono ancora in formazione, può avere conseguenze profonde e durature sullo sviluppo cognitivo ed emotivo”, si legge nel report “Mental Health in Displaced Child and Youth Populations”.
Durante l’adolescenza, invece, lo sfollamento aumenta il rischio di sfruttamento, violenze e abbandono scolastico, soprattutto per le ragazze e per i minori più vulnerabili.

Sindrome da stress post-traumatico nei minori migranti

La sindrome da stress post-traumatico (PTSD, dall’inglese Post-Traumatic Stress Disorder) è un disturbo psicologico che può svilupparsi dopo aver vissuto o assistito a eventi estremamente traumatici, come bombardamenti, violenze, torture, lutti improvvisi o viaggi migratori particolarmente pericolosi. 

Nei bambini e negli adolescenti rifugiati il rischio di sviluppare questo disturbo è significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale, proprio a causa dell’accumulo di esperienze traumatiche vissute prima, durante e dopo la fuga.

Nei minori il disturbo può manifestarsi in forme diverse rispetto agli adulti e per questo i segnali possono essere più difficili da riconoscere.
Alcuni bambini rivivono continuamente l’esperienza traumatica attraverso incubi, flashback o giochi ripetitivi che riproducono scene di guerra e violenza. Altri mostrano irritabilità, aggressività, difficoltà di concentrazione, isolamento sociale oppure stati di forte allerta, come se il pericolo fosse sempre presente.
Nei più piccoli possono comparire regressioni comportamentali (per esempio tornare a fare la pipì a letto) mentre negli adolescenti il trauma può esprimersi attraverso ansia, depressione, comportamenti autolesivi o abuso di sostanze.

L’accoglienza psicologica al momento dell’arrivo

Riconoscere precocemente il disturbo da stress post-traumatico è fondamentale perché, se non trattato, può compromettere profondamente lo sviluppo emotivo, relazionale e scolastico dei minori. 

Per questo è importante che nei luoghi di arrivo e di prima accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo siano presenti servizi dedicati per riconoscere e prendere in carico i minori (e non solo) che hanno subito traumi durante il viaggio.
Per farlo servono figure professionali dedicate (su tutte psicologi e mediatori culturali) che devono essere presenti lungo tutta la filiera dell’accoglienza perché molti sintomi traumatici non emergono immediatamente.

Infatti ansia, insonnia, isolamento o difficoltà comportamentali possono manifestarsi anche mesi dopo l’arrivo, quando termina la fase dell’emergenza e le persone iniziano a confrontarsi con la precarietà abitativa, l’attesa dei documenti, le difficoltà di integrazione o il timore di essere rimpatriate.

Purtroppo in Italia sei giovani richiedenti asilo su dieci dichiarano che il percorso di accoglienza ha avuto un impatto negativo sulla loro salute mentale: sebbene il 46% riconosca l’importanza di chiedere aiuto, solo una minoranza ha avuto accesso a supporto psicologico professionale, evidenziando l’urgenza di ampliare e migliorare questi servizi.

Superare il trauma della separazione familiare

Nella maggior parte dei casi, i minori migranti o rifugiati viaggiano con i propri genitori, con i fratelli maggiori oppure con altri membri della famiglia allargata. Ma non sempre è così: solo nel 2024 in Europa sono arrivati più di 21mila minori migranti soli.

Per questi bambini e ragazzi è importante intervenire al più presto con percorsi psicologici specialistici non solo per riconoscere e curare i traumi legati al percorso migratorio, ma anche per superare quello causato dalla separazione familiare.
Per farlo servono ambienti sicuri (come strutture di prima accoglienza dedicate) per passare poi a soluzioni di accoglienza alternative come l’affidamento a famiglie formate o l’inserimento nella seconda accoglienza della Rete SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), garantendo stabilità a lungo termine. 

Questo quadro è sostenuto da precisi diritti legali: la nomina rapida di un tutore volontario ai sensi della Legge 47/2017 (Legge Zampa) per la rappresentanza legale, e l’attivazione delle procedure per il ricongiungimento familiare in altri Stati europei o con parenti idonei, tutelando così il diritto fondamentale all’unità della famiglia.

Che cosa fa Terre des Hommes per promuovere il benessere dei minori rifugiati

Dal 2013 il nostro progetto Faro che mette a disposizione delle equipe qualificate di psicologi, educatori e mediatori per il supporto psicologico e psicosociale dei minori stranieri non accompagnati e delle famiglie con bambini in vari luoghi di sbarco, negli hotspot, centri rifugiati e nelle comunità di prima accoglienza d’Italia.

Alcuni interventi, come il progetto “Promozione del benessere mentale dei bambini, delle bambine e degli adolescenti rifugiati e migranti, dei caregiver e delle loro comunità di accoglienza in Italia” si sono focalizzati proprio su questo aspetto e sullo sviluppo di competenze per la vita per favorire una inclusione più rapida nella società italiana.

All’estero ci siamo occupati del tema della salute mentale di bambini, bambine e adolescenti sfollati o rifugiati in contesti di conflitto, nei campi profughi e insediamenti informali di Iraq, Palestina, Giordania, Siria, Libano e Libia, con interventi mirati di supporto psicologico e psicosociale.

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