Lavoro minorile nel mondo: numeri, cause e responsabilità collettiva. Perché proteggere i diritti dei bambini riguarda tutti noi.
Eliminare il lavoro minorile nel 2025: obiettivo non raggiunto
Il mondo non ha raggiunto l’obiettivo fissato nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG 8.7) che prevedeva, dal 2025, di eliminare il lavoro minorile nel mondo. Non solo un’occasione mancata ma anche una piaga che deve riguardare tutti noi.
Il lavoro minorile non è una pagina lontana della storia. È una realtà viva, presente, ostinata. Secondo le ultime stime globali ILO-UNICEF, nel 2024 quasi 138 milioni di bambini e bambine erano coinvolti nel lavoro minorile nel mondo; circa 54 milioni svolgevano lavori pericolosi, capaci di compromettere salute, sicurezza e sviluppo.

Fonte: Unicef banca dati
Sono numeri enormi. Ma dietro ogni numero c’è un bambino che, a causa del lavoro, ha perso tempo di scuola, gioco, riposo, futuro. C’è una bambina costretta a diventare adulta troppo presto. C’è una famiglia che spesso non sceglie liberamente, ma sopravvive a stento a causa di povertà, crisi climatiche, conflitti, disuguaglianze.
Ecco perché parlare oggi di lavoro minorile significa parlare di diritti umani, inclusione e responsabilità collettiva. Significa ricordare che ogni bambino ha diritto alla salute, all’educazione, alla protezione e a una vita libera da violenza, sfruttamento e discriminazione: la missione che Terre des Hommes porta avanti per proteggere bambine e bambini da ogni forma di abuso e garantire loro diritti senza discriminazioni.
Se vuoi contribuire all’istruzione di un bambino o una bambina attiva un sostegno a distanza o fai una donazione, il tuo aiuto arriverà lì dove più c’è bisogno!
Sfruttamento infantile: quando il lavoro nega l’infanzia
Non ogni attività svolta da un bambino è automaticamente sfruttamento. Aiutare in casa, imparare piccole responsabilità, partecipare in modo sicuro e proporzionato alla vita familiare può far parte della crescita. Il lavoro minorile, però, è altro: è lavoro svolto troppo presto, troppo a lungo, in condizioni pericolose o tali da impedire lo studio, il gioco, la salute e lo sviluppo.
In modo ancora più specifico l’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) ne dà una definizione precisa: si parla di lavoro minorile quando l’attività lavorativa mette a rischio la salute e lo sviluppo dei bambini, oppure quando richiede troppe ore di lavoro e/o viene svolta da bambini troppo piccoli.
Lo sfruttamento infantile, dunque, comincia quando l’infanzia viene piegata alle esigenze economiche degli adulti. Quando un bambino lavora nei campi per ore invece di andare a scuola. Quando una bambina si occupa di lavori domestici pesanti e invisibili, rinunciando all’istruzione. Quando un adolescente lavora in miniera, in strada, in fabbrica, in cantieri o in attività che mettono a rischio il corpo e la mente.
La maggior parte dei bambini sono sfruttati nell’agricoltura
Le stime citate dal rapporto indicano che il settore agricolo resta quello più colpito: circa il 61% del lavoro minorile globale si concentra nell’agricoltura, seguito dai servizi e dall’industria. È un dato che racconta molto: il lavoro minorile cresce dove la povertà rurale è più dura, dove le famiglie non hanno protezioni sociali, dove la scuola è lontana o troppo costosa, dove una crisi può spingere un’intera comunità oltre il limite.
La verità è semplice e scomoda: nessun bambino dovrebbe essere costretto a scegliere tra mangiare e studiare. Nessuna bambina dovrebbe pagare con il proprio futuro la mancanza di tutele economiche, sociali e politiche.
12 giugno: World Day Against Child Labour. Una data per guardare in faccia il problema
Il 12 giugno è la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, istituita dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2002 per richiamare governi, istituzioni, imprese e cittadini alla necessità di eliminare lo sfruttamento dei minori.
Questa giornata non deve restare una ricorrenza formale per la società occidentale ma deve diventare un promemoria netto: il mondo deve impegnarsi di perseguire ancora l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 8.7 ed eliminare il lavoro minorile in tutte le sue forme. Quel traguardo non è stato raggiunto nel 2025 ma l’impegno deve continuare perché festeggiare questo traguardo è molto di più di un obiettivo di civiltà, significa realmente salvare la vita di milioni di bambini nel mondo.
Bambini lavoratori: chi sono e cosa perdono
I bambini lavoratori non hanno tutti 15 o 16 anni, a volte ne hanno appena 5, 6, 7. Alcuni lavorano nei campi, altri nelle case, nei mercati, nelle miniere, nelle officine, nei laboratori clandestini. La maggior parte di essi restano invisibili.
Il lavoro minorile colpisce i bambini e le bambine che molto spesso pagano un prezzo altissimo, soprattutto quando si considera il lavoro domestico non retribuito: lavare, cucinare, accudire fratelli più piccoli, trasportare acqua o legna per molte ore al giorno, impediscono un percorso di istruzione e rubano loro il futuro.
La scuola, infatti, resta uno degli strumenti più potenti contro il lavoro minorile. Ma non basta dire “mandiamo i bambini a scuola” se poi la scuola è lontana, insicura, senza insegnanti, senza materiali, o se la famiglia non ha alcuna protezione economica. Servono politiche integrate: istruzione gratuita e di qualità, protezione sociale, sostegno al reddito, lavoro dignitoso per gli adulti, registrazione alla nascita, tutela dalle violenze, contrasto alle discriminazioni.
Perché il lavoro minorile riguarda anche noi
Considerare il lavoro minorile come “un problema che riguarda solo altri Paesi” è comodo, ma è drammaticamente sbagliato. Ciò che bisognerebbe fare è imporre trasparenza alle imprese, controlli alle istituzioni, promuovere la cooperazione internazionale, gli investimenti nell’educazione e nella protezione dell’infanzia. Significa pretendere che la convenienza economica non venga mai prima della dignità di un bambino.
Anche condividere informazioni corrette è un’azione utile. Perché il silenzio protegge lo sfruttamento. La conoscenza, invece, crea pressione sociale, sensibilità, partecipazione. Parlare di lavoro minorile il 12 giugno e durante tutto l’anno significa contribuire a costruire una cultura in cui l’infanzia non sia sacrificabile.
Cosa possiamo fare, concretamente?
Possiamo sostenere organizzazioni come Terre des Hommes che lavorano ogni giorno per proteggere bambine e bambini. Puoi contribuire subito all’istruzione di un bambino o una bambina con un sostegno a distanza o una donazione, attraverso i progetti di Terre des Hommes il tuo contributo arriverà dove c’è più bisogno.
Oltre questo, è importante informarsi, condividere dati affidabili, scegliere con maggiore consapevolezza i prodotti che acquistiamo: un prodotto troppo economico spesso nasconde sfruttamento, anche minorile. Occorre chiedere trasparenza alle aziende, sostenere politiche pubbliche orientate all’educazione, alla protezione sociale e alla lotta alla povertà.
Terre des Hommes nasce proprio per proteggere i bambini da violenza, abuso, sfruttamento e discriminazione, e garantire il diritto alla salute, all’educazione e alla vita. È una missione che chiede partecipazione. Perché i diritti dei bambini non si difendono da soli: hanno bisogno di adulti capaci di guardare, capire, agire. Il lavoro minorile è una ferita della nostra idea di giustizia. E riguarda tutti.











